Scream, di Wes Craven

Quando ci chiederanno che ne è stato dell’horror anni Novanta, ripenseremo a Scream come al giro di boa del genere tutto; come all’ancora di salvezza e pietra tombale allo stesso tempo di un sentire e raccontare la contemporaneità che brancolava nel buio alla ricerca di un’identità precisa e ben definita, dopo la sbornia dei due decenni precedenti. Portavoce unico ma innegabilmente discontinuo di quello sguardo su quell’epoca (almeno fino a La casa nera, 1991), negli anni Novanta Wes Craven flirta con il postmoderno ma di fatto non nasconde la volontà di inseguire un gesto morale attraverso il quale raccontare il mondo: e se Nightmare – Nuovo incubo è ancora oggi definitivo nel mettere in scena il cinema horror che riflette su se stesso, due anni dopo con Scream sembra proseguire lo stesso discorso adagiandosi su territori molto più tradizionali e di facile presa sul pubblico. Rivedendolo adesso, però, a colpire non è più tanto quella componente metacinematografica (in fin dei conti neanche troppo sofisticata e, ammettiamolo, persino invecchiata male) che mandò in estasi la critica di venti anni fa, quanto invece la rappresentazione dell’abisso – sociale, culturale e spirituale – che quegli anni si portavano appresso.

Più che uno slasher, allora, un horror sul vuoto. I protagonisti di Scream sono tutti giovani, tutti belli e tutti plausibilmente benestanti (prima che queste caratteristiche ammorbassero il genere), e se comunicano tra loro unicamente attraverso le citazioni dei film che hanno visto e assimilato, non lo fanno per riflettere sul ruolo e sulle conseguenze del cinema dell’orrore nella società (come faceva invece Nightmare – Nuovo incubo, appunto), bensì per manifestare (urlare?) la mancanza di identità di una generazione che non può far altro che adagiarsi sulle icone del decennio precedente, perché incapace di costruirsi da sola delle proprie (persino la maschera del killer, Ghostface, è un banale costume di Halloween in vendita “in tutti gli empori dello stato”); una generazione priva di padri e di madri (assenti, divorziati o addirittura morti ammazzati) che uccide senza un movente, per spirito di emulazione o più semplicemente per noia, e che finisce al macello proprio per mano degli strumenti che invece dovrebbero essere sinonimo di sicurezza nella società del benessere post-yuppies (i telefoni cordless e cellulari, la villa in campagna, la videocamera impotente dinanzi alla “differita delle immagini”). Non è un caso, allora, che la prima vittima sia proprio Drew Barrymore, l’ex bambina prodigio di E.T. – L’extraterrestre, come a voler chiudere immediatamente i ponti con l’immaginario del decennio precedente per mettere in risalto le macerie di quello attuale dell’epoca, in una sorta di teen-comedy alla John Hughes virata in nero e aggiornata ai volti e ai corpi della MTV Generation e delle sit-com (con la Neve Campbell di Cinque in famiglia e una Courtney Cox all’apice del successo di Friends), in cui il leitmotiv della sequenza della festa si trasforma nell’occasione perfetta per un massacro. L’ultima opera veramente graffiante di Craven: quello che sarebbe venuto dopo, sequel compresi, è (purtroppo) tutta un’altra storia.

Titolo originale: id.

Regia: Wes Craven

Interpreti: Neve Campbell, Courtney Cox, David Arquette, Skeet Ulrich, Matthew Lillard, Jamie Kennedy, Rose McGowan, Drew Barrymore

Durata: 107′

Origine: USA, 1996

Genere: horror

Scrivi un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *