Se scappi, ti sposo, di Garry Marshall

Potrebbe quasi essere il sequel mai fatto di Pretty Woman. Edward e Vivian si sono reincarnati nei corpi di Ike e Maggie in Se scappi, ti sposo, e rivivono un nuovo, fiammeggiante incontro, in un’altra vita. Ancora segnata dalle musiche di James Newton Howard. E al tempo stesso Marshall si affida ancora, quasi dieci anni dopo, alla coppia Richard Gere-Julia Roberts non solo per ritrovare l’alchimia del suo film di maggiore successo, ma proprio per ridisegnare, da zero, tutte le traiettorie dell’innamoramento.

Come struttura Pretty Woman e Se scappi, ti sposo sono davvero simili. C’è uno scarto iniziale anche sociale, poi la distanza, poi la seduzione, poi la separazione quando la coppia sembrava aver raggiunto la felicità, infine il nuovo, difficile, emozionante riavvcinamento. Rispetto a Pretty Woman, qui ci sono però due elementi determinanti che lo caratterizzano. Il primo è il tema della fuga, evidente anche nel titolo originale, Runaway Bride. L’apertura è da incorniciare. Julia Roberts in fuga a cavallo vestita da sposa sulle note di I Still Haven’t Found What I’m Looking degli U2. E un pezzo del velo s’impiglia nell’albero. Quindi inizia dove finiscono solitamente le commedie matrimoniali. Il secondo invece riprende lo schema della guerra dei sessi con schermaglie che sembrano uscite da un film degli anni ’30 di Gregory La Cava.

Maggie (Julia Roberts) è una ragazza del Maryland che ha il terrore delle nozze. Per tre volte è già scappata davanti all’altare. Ike (Richard Gere), un cronista di New York che ha una rubrica fissa su Usa Today, ha poco tempo per scrivere il pezzo. Dopo aver sentito la storia della ragazza in un bar, decide di scrivere il pezzo su di lei. Ma ci sono diverse inesattezze e Maggie riesce a farlo licenziare. Il giornalista, a questo punto, ne vuole sapere di più e arriva ad Hale, la città natale di lei.

Forse c’è qualcosa di più macchinoso rispetto al cinema di Garry Marshall soprattutto quando il film gioca sulla velocità e la costruzione delle gags visive, come nel caso dei capelli colorati di Ike. Però il film è pieno di soluzioni felici. Innanzitutto c’è quella di rinunciare al classico flashback per mostrare la ‘fuga dalle nozze’ di Maggie sostituita da una vhs con i filmini o dal racconto della nonna della ragazza. Inoltre è densodi squarci magici, anche silenziosi: il giro in macchina di notte dai due protagonisti, la passeggiata solitaria di Ike a New York, l’album di Miles Davis. inoltre Maggie, mentre si sta provando il vestito da 1000 dollari, sembra ritramutarsi per un istante in Campanellino, il suo personaggio in Hook di Spielberg.

Davanti a Se scappi, ti sposo aumenta la nostalgia per un respiro di commedia perduta nel cinema statunitense. Che si sposta sorprendentemente anche verso le zone di Jonathan Demme nell’esibizione di Ike con la chitarra, altro esempio di live sul set. E che mostra come Marshall sia un maestro a tratteggiare gli elementi drammatico senza farli esplodere. E si vede nel modo in cui racconta l’alcolismo del padre di Maggie o la paura, quasi sinonimo di una forma di malattia, della protagonista.

Pretty Woman è diventato un altra cosa dal 1990 al 1999. Ma oggi, guardando tutto il cinema di Marshall, i due film sono più legati che in passato. Ed è un passaggio fondamentale che si tramuta nuovamente nell’ultimo, imprenscindibile, Mother’s Day.

 

Titolo originale: Runaway Bride

Regia: Garry Marshall

Interpreti: Julia Roberts, Richard Gere, Joan Cusack, Hector Elizondo, Rita Wilson, Paul Dooley, Christopher Meloni

Durata: 116′

Origine: Usa 1999

Genere: commedia