Secondo processo Harvey Weinstein: cosa sta succedendo?

Tra la colpevolizzazione della vittima e la descrizione accurata dei genitali del carnefice. Come procede il processo che può confermare o ribaltare la condanna a carico del produttore hollywoodiano.

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Dopo essere stato condannato a 23 anni di reclusione per stupro ed aggressione sessuale dal tribunale di New York, il magnate hollywoodiano Harvey Weinstein è tornato a processo, stavolta a Los Angeles e curiosamente nella stessa aula in cui fu prosciolto O.J. Simpson. Lunedì 24 ottobre in California è iniziato il nuovo processo in cui Weinstein dovrà difendersi da 11 capi d’accusa (140 anni massimi di condanna) per altrettante presunte aggressioni avvenute tra il 2004 e il 2013, ognuna compiuta con le medesime modalità già ravvisate in sede newyorchese. Si tratta del processo che potrebbe cambiare le carte in tavola e stravolgere le sorti del produttore, oppure confermare ciò che era già stato stabilito a New York: condanna assoluta o libertà. La giuria, composta da nove uomini e tre donne, ha ascoltato la dichiarazione d’apertura del pubblico ministero in cui, come riporta il portale Variety, Weinstein viene descritto come “un predatore seriale che ha usato incontri di lavoro per aggredire sessualmente le donne nel corso dei decenni”. L’udienza è proseguita con varie registrazioni e testimonianze delle vittime, quasi tutte anonime, in cui si è descritto in maniera estremamente grafica come si sono svolti i diversi casi di aggressione. Nell’arco dell’intero processo, che dovrebbe durare circa due mesi, saranno nove le donne chiamate a deporre di cui cinque per i casi di stupro e quattro come testimoni chiamate a ricostruire lo schema comportamentale da predatore di Weinstein.

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L’avvocato difensore Mark Werksman ha già tratteggiato quello che sarà il punto di vista dell’intera squadra Weinstein, creando una narrazione assolutamente discordante con l’accusa e il precedente processo: “queste donne hanno acconsentito ad avere rapporti sessuali con lui e ora mentono perché si vergognano. Guardi il mio cliente – continua Werksman – non è Brad Pitt o George Clooney. Pensa che queste belle donne abbiano fatto sesso con lui perché è sexy? No, perché è potente”. L’obiettivo della difesa è quello di screditare le testimoni dimostrando che niente sia successo senza il loro consenso e che nella realtà dei fatti ne abbiano solo tratto vantaggio. Werksman sostiene che le testimonianze raccontino quella che è sempre stata una consuetudine nell’universo hollywoodiano, ciò che lui stesso definisce “sesso transazionale” ovvero utilizzare prestazioni sessuali come merce di scambio. Un tema che è tornato prepotentemente attuale all’uscita di Blonde di Andrew Dominik, film che si concentra fin troppo e in maniera estremamente esplicita sulle “pressioni” sessuali subite da Marilyn Monroe durante la sua carriera da attrice.

Tra le varie testimonianze che hanno indicato il solito atteggiamento predatorio dell’imputato, comprese violenze sessuali, ricatti e minacce, c’è una donna che ha trascorso quasi tre giorni al banco dei testimoni, compreso un’estenuante controinterrogatorio da parte della difesa. L’attrice e modella europea ha descritto nei minimi dettagli l’aggressione sessuale perpetuata da Weinstein nei suoi confronti durante il Los Angeles Italia Film Festival del 2013. La difesa ha tentato in ogni modo di invalidare le parole dell’attrice, prima facendo leva su alcuni post social e poi esigendo una descrizione accurata dei genitali dell’imputato. Come riporta Variety infatti, i testicoli di Harvey Weinstein sono diventati un argomento chiave del secondo processo a suo carico. A quanto pare, “a causa di un’infezione, i suoi testicoli sono stati prelevati dallo scroto e inseriti nella zona interna delle cosce”. La difesa ha provato a dimostrare l’ambiguità delle dichiarazioni dell’attrice riguardo il sesso orale e in specifico nella zona dei testicoli, ma l’attrice ha sostenuto fin dall’inizio l’anormalità dello scroto dell’imputato. Dopodiché gli avvocati difensori hanno sfoderato il solito disgustoso atteggiamento da victim blaming e slut-shaming, una prassi in casi di questo genere che rischia di trasformare l’udienza in un processo per stupro ai danni della vittima. Un’abitudine storicamente nota anche nel nostro paese di cui è testimone il film collettivo del 1979 Processo per stupro.

Sono passati cinque anni esatti dalla nascita del movimento #metoo contro le molestie sessuali e la violenza sulle donne. Era l’ottobre del 2017 quando l’attrice Alyssa Milano decise di schierarsi dalla parte delle vittime di Weinstein usando per la prima volta il termine coniato dall’attivista statunitense Tarana Burke come hashtag da lanciare su twitter. Il giorno stesso centinaia di migliaia di account usarono lo stesso hashtag, tra cui quello di attrici di rilievo come Gwyneth Paltrow, Jennifer Lawrence, Uma Thurman e Ashley Judd. Tante altre come Mira Sorvino uscirono allo scoperto accusando Weinstein di aver ostacolato la loro carriera per aver reagito e non aver ceduto alle sue violente avances sessuali. Se qualcosa di buono può essere nato da questo disgustoso polverone è sicuramente un movimento che unisce le vittime di molestie sessuali di ogni età e razza sparse per tutto il mondo.

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