Segnali di vita – La biografia de LA VOCE DEL PADRONE di Franco Battiato

Fabio Zuffanti redige una biografia atipica del cantautore siciliano attraverso la celebrazione del suo disco più importante. Leggera ed allo stesso tempo impegnata, come l’album

La voce del padrone è sempre la stessa da secoli ma fortunatamente quella di Franco Battiato per tutta la sua carriera è cambiata sempre. L’indomito sperimentalismo della sua musica – e del suo cinema, come ricordato qui da noi – hanno dato vita ad una carriera inimitabile, sospesa tra ricerca sonora avanguardistica e re-interpretazione dei canoni della musica pop e leggera nazionale. Il 21 settembre del 2021 “La voce del padrone“, il suo più grande successo commerciale dato che fu il primo disco italiano (non Villa, non Battisti né Mina ma significativamente Franco Battiato) a raggiungere il milione di copie vendute, celebra una ricorrenza importante: l’album infatti compie quarant’anni. Ed è proprio partendo da questa ricorrenza che Fabio Zuffanti, giornalista per alcune testate musicali e musicista egli stesso, sceglie di ripercorrere la storia e le mille storie che stanno dietro uno dei dischi più importanti della musica italiana facendo al contempo una biografia dell’artista siciliano recentemente scomparso. Pubblicato da Baldini + Castoldi, “Segnali di vita. La biografia de «La voce del padrone» di Franco Battiato“, riesce in 240 pagine di scorrevole lettura a replicare dal punto di vista della scrittura la singolarissima ed intelligentissima unione tra alto e basso che fu alla base di quell’incredibile successo. La voce del padrone viene infatti analizzato e sviscerato in ogni particolare, intrinseco ed estrinseco: gli antefatti, la creazione di un personaggio scostante e irresistibile, le ragioni di un record così clamoroso, lo scatenarsi di una vera e propria Battiatomania, il contesto sociale e musicale nell’Italia del 1981. Il libro si apre con la prefazione dello scrittore Aldo Nove che fa le lodi dell’autore (“Percepivo e percepisco una passione corroborata da una curiosità e da una sapienza ben rara nell’editoria troppo usa al taglia e incolla della letteratura sulla musica «leggera») ed un’introduzione di Marco Morgan Castoldi che in una presentazione in stile colloquiale/discorsivo – “un pomeriggio… ricordo… non ricordo… ricordo” – porta all’attenzione del lettore il suo fitto rapporto con Battiato chiudendo con una poesia che sembra il testo di una canzone che chiede solo di essere musicata. Ma da dove nasce il successo delle sette tracce de La voce del padrone e di un disco che pur durando appena 35 minuti ha cambiato la storia della musica italiana?
Zuffanti, che è probabilmente l’esegeta più preparato su Franco Battiato, ricorda che il cantante partì giovanissimo nel 1964 da Riposto, piccolo paesino siciliano alle pendici dell’Etna (dove è nato il 23 Aprile 1945) e approdò nella nebbiosa Milano convinto di volere diventare un cantante di successo, sulla scorta degli interpreti che spopolavano nel tempio della canzonetta di Sanremo. Comincia allora una lunga gavetta che gli porta però magri risultati: qualche collaborazione nobile – De Andrè su tutti – e varie serate nei locali. Battiato ha gusti musicali più nobili e vive con contrasto esistenziale la sua quotidianità, perciò ad un certo punto abbandona i propositi commerciali e comincia ad addentrarsi nei meandri musicali più disparati. Come difatti ricorda Zuffanti a proposito dell’improvviso successo de La voce del padrone, sono pochi quelli che ricordano “il capellone riccioluto che all’inizio degli anni Settanta provoca un vero e proprio shock con i suoi album FETUS e POLLUTION” e inoltre che in quel periodo “il Nostro si presenta con tutine attillate e sgargianti, divise da nazista e mantelli colorati, mentre sul palco fa a pezzi una croce o getta sul pubblico enormi preservativi di plastica nel delirio delle luci stroboscopiche e della musica a volumi altissimi“. In quel decennio Franco Battiato otterrà risultati artistici strabilianti con “Sulle corde di Aries“, che mischia elettronica con atmosfere acustiche e mediterranee, omaggerà il suo mentore Stockhausen in “Clic“, farà quasi del tutto a meno degli strumenti e si dedicherà al taglia-e-cuci di materiali carpiti dalla radio e da registrazioni effettuate dove capita in “M.lle le Gladiator” e infine percorrerà il sentiero della contemporanea tout court con il trittico “Franco Battiato“, “Juke box” e “L’Egitto prima delle sabbie“, dischi ostici ed essenziali nella sua evoluzione musicale ma che lo allontanano quasi definitivamente dal grande pubblico. Nel frattempo però, il contratto con il colosso Emi e la pubblicazione de “L’era del cinghiale bianco” sono i prodromi dell’ennesimo vitalistico cambiamento che porterà al pop-progressive, se vogliamo dare una (s)comoda etichetta, del disco che da il titolo al libro.

Zuffanti allo stesso tempo inserisce la personale parabola di Battiato in una più generale tendenza internazionale della musica. Il progressive internazionale dura infatti per buona parte dei Settanta, con un’importante propaggine tutta italiana che va dai più famosi Premiata Forneria Marconi, Banco del Mutuo Soccorso e Orme. Parlare di progressive-pop o art-pop, secondo l’autore, non è sbagliato se ci si riferisce a tutta la scuola della new wave inglese e americana che in quel periodo imperversa in maniera caleidoscopica: dall’elettronica dei Simple Minds all’afrobeat tecnologico dei Talking Heads passando per il neo romanticismo degli Ultravox e l’oscurità dei Cure. Tutti questi grandi gruppi, dimenticate le suite lunghissime di 20 minuti è al pop che guardano, ma un pop rivisto a modo loro, che riesce ancora a stupire, a far ballare ma anche a drizzare le orecchie. Ecco allora che gli ascoltatori italiani nel 1981/1982 non sono così impreparati nel premiare un artista “che ti racconta delle dottrine di Gurdjieff, del centro di gravità permanente, che cita il Minima Moralia di Adorno, che disquisisce enigmatico del senso del possesso che fu pre-alessandrino“, ed allo stesso tempo da una vita ad un album dove “tutto è vivace, estivo, fa venire voglia di muoversi al ritmo di quelle parole incomprensibili e di una serie di suoni acustici e sintetici“. Anche l’anno della svolta pop di Battiato è importante perché arriva nel 1981, dopo gli anni di piombo ed una rediviva strategia del terrore. Sempre per usare le parole di Zuffanti “LA VOCE DEL PADRONE è il simbolo di una ritrovata leggerezza, di un pericolo scampato, forse. Profuma di salsedine, di vento, di libertà. Ma non arriva allo sbraco, non dice «liberi tutti» e via in discoteca facendo finta che nulla sia successo“. Il successo dell’album non è immediato bensì continuo tanto da fargli raggiungere, come scritto sopra, l’incredibile numero di un milione di copie vendute l’anno successivo. Battiato diventa allora un’icona suprema in maniera così potente da portare a scene di assoluto delirio degni di una rockstar. Ma “pochissimi di coloro che in quei giorni cantano a squarciagola Cuccurucucù paloma sanno del percorso di Franco dalla sperimentazione al pop, sanno che quelle sette canzoni così incredibili da ogni punto di vista sono il risultato di anni di studio, musicale e umano, di anni di sacrifici, strade impervie, ascese e cadute, esperimenti estremi su se stesso e sul pubblico, viaggi di ogni sorta“.
A questo punto Fuffanti analizza anche la celeberrima copertina dell’album in cui un Battiato metafisico, seduto nel vuoto bianco e contornato da palme, guarda davanti a sé con una sorta di freccia azzurra che punta al suo cuore. Negli ultimi capitoli del libro viene fatta con una notevole perizia tecnica l’esegesi critico-musicale di ognuno dei sette pezzi del disco, il che rende questo libro il testo definitivo per chi vuole avvicinarsi a questo lavoro così importante della musica italiana. Segnali di vita – La biografia de LA VOCE DEL PADRONE di Franco Battiato si chiude con due importanti appendici. Nella prima Fuffanti racconta delle sue emozioni nell’ascoltare la ri-masterizzazione dell’album in Dolby Atmos fatta da Pino Pischetola mentre nella seconda sono raccolte le testimonianze di vari musicisti e giornalisti che ne omaggiano il valore e l’importanza. In fondo, come ricorda con efficacia il vice-direttore de La Stampa Marco Zatterin, semplicemente “LA VOCE DEL PADRONE ha la forza di un «best of». Non c’è una traccia sbagliata. Diverte i cultori delle note, quelli che capiscono la differenza fra un maggiore e un minore. Poi ammalia chiunque voglia qualcosa da cantare per casa, sotto la doccia e allo stadio“.

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Segnali di vita – La biografia de LA VOCE DEL PADRONE di Franco Battiato
di Fabio Zuffanti
240 pagine
Baldini & Castoldi

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