Seneca, di Robert Schwentke

Troppo altezzoso per essere popolare, troppo poco coraggioso per essere sperimentale. L’interpretazione di John Malkovich è così (quasi) solo monologo. Berlinale Special.

--------------------------------------------------------------
INTELLIGENZA ARTIFICIALE PER LA POSTPRODUZIONE, CORSO ONLINE DAL 17 GIUGNO

--------------------------------------------------------------

La fine della vita di Seneca. 65 DC. La diversità di vedute tra l’Imperatore Nerone e Seneca sta diventando sempre più evidente. Il filosofo pensa di essere la prossima persona che verrà giustiziata dal sovrano, ormai all’apice della sua tirannia, e resta comunque sorpreso quando gli ordina di uccidersi.

--------------------------------------------------------------
CORSO ESTIVO DOCUMENTARIO DAL 24 GIUGNO!

--------------------------------------------------------------

John Malkovich guarda in macchina e la sua voce-off si mescola con quella narrante. Ambientato proprio nell’anno in cui il filosofo è morto suicida a 69 anni dpo essere stato vittima della repressione di Nerone, Seneca è l’esempio di un cinema-teatro en plein-air che guarda probabilmente a certe operazione di making of dello spettacolo come nel caso delle regie di Al Pacino, tra Riccardo III. Un uomo, un re e Wilde Salomé. Il poliedrico Robert Schwentke, che passa da Red a The Divergent Series (Insurgent e Allegiant) fino a Snake Eyes: G.I. Joe – Le origini, si affida quasi esclusivamente al testo. Il film però non parte mai. Resta sempre lì, bloccato nello spazio e nel tempo e diventa un’esercitazione di tecnica (di attori, di regia) tanto inutile quanto respingente. Somiglia a quelle riprese di teatro dal vivo di uno spettacolo però che appare già morto. Il pensiero di Seneca attraversa distrattamente la durata e Nerone (interpretato da Tom Xander) è ridotto a una marionetta. Lo spettacolo, anche nella sua esibizione splatter, non decolla neanche nella scena del dissanguamento del filosofo e della giovane moglie Paulina. Troppo altezzoso per essere popolare, troppo poco coraggioso per essere sperimentale. L’atemporalità del finale – la ruspa, i pali elettrici della luci – ha l’obiettivo di attualizzare la vicenda di Seneca come allegoria politica, ma resta invece soltanto un colpo di teatro appiccicato quando però lo spettatore ha già abbandonato lo spettacolo/il film da parecchio tempo. L’interpretazione di Malkovich diventa così solo un monologo in mezzo al coro che ha solo l’effetto di un eco lontano.

----------------------------
UNICINEMA QUADRIENNALE:SCARICA LA GUIDA COMPLETA!

----------------------------
La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
1.5
Sending
Il voto dei lettori
2.5 (2 voti)
----------------------------
SCUOLA DI CINEMA TRIENNALE: SCARICA LA GUIDA COMPLETA!

----------------------------

    ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER DI SENTIERI SELVAGGI

    Le news, le recensioni, i corsi di cinema, la riviste, i libri, gli eventi e tutte le nostre iniziative