Sentieri Selvaggi incontra Susanna Nicchiarelli

Tra Heidegger e i film di Scola e Bellocchio, Susanna Nicchiarelli ci ha raccontato di emozioni ed ossessioni, della sua passione per la Storia e per la musica

È Susanna Nicchiarelli ad inaugurare gli incontri di Sentieri Selvaggi del 2021, con una diretta Facebook andata in onda venerdì scorso, in attesa di poter tornare a vedersi dal vivo. E la chiacchierata inizia dalla fine delle riprese di Miss Marx e del lavoro di montaggio interrotto dalla pandemia. La regista ha raccontato del timore che alla fine della quarantena il film avesse perso di senso, proprio a causa del grande cambiamento che abbiamo vissuto durante i mesi di lockdown. Dopo la revisione e il completamento del montaggio però, si è resa conto della grande attualità nel trattare tematiche forti e urgenti come quella delle differenze. “Con la pandemia si sono estremizzati alcuni discorsi politici e sociali e per tutti noi sono diventati più urgenti, siamo andati a toccare con mano delle contraddizioni che ci sono sempre state nella nostra società. A me importava che il film non perdesse quell’urgenza”. E proprio con Miss Marx Nicchiarelli è tornata a Venezia, un festival con cui la stessa regista ha dichiarato di avere un rapporto particolare, che l’ha vista esordire nel 2009 con Cosmonauta e vincere il Premio Orizzonti con Nico, 1988 nel 2017. Nicchiarelli racconta della sua presenza a Venezia come di un’esperienza commovente, una dimostrazione della voglia di ritrovarsi e parlare di cinema. “È stato come se quello che è veramente importante del cinema venisse celebrato, perché non c’erano feste, non c’erano apertivi, c’erano solo i film.” E continua: “Tutti i film di Venezia, in tutte le sezioni, portavano temi politici importanti, come a voler rivendicare il diritto e la voglia di stare insieme e dimostrare di esserne capaci anche in una situazione di emergenza”.

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La regista è un fiume in piena nel raccontarsi e nel raccontare della sua esperienza come cineasta. Si sofferma a parlare dell’importanza che ha la Storia nei suoi film e di come questa entri nella vita delle persone; del suo interesse, che deriva dagli studi di Filosofia, per il rapporto tra universale e particolare, del singolo che è sia partecipe di una collettività ma anche essere unico e indipendente. Il suo desiderio di raccontare il passato è privo però di sentimenti nostalgici, di mitizzazione. “Il lavoro sul passato che mi interessa è un lavoro di critica e di riflessione per togliergli tutto ciò che c’è di epico, idealizzato, nostalgico. Ho un problema col meccanismo della nostalgia, l’ho sempre trovato una scusa per non vivere il presente”. Come ad esempio la narrazione della droga che viene fatta in Nico, 1988: “In Nico c’era l’elemento della droga che viene sempre idealizzata e invece è una cosa molto squallida, non ho voluto fare primi piani, andare a sottolineare”. Un atteggiamento critico, lucido e riflessivo che serve anche a recuperare elementi importanti del passato, come la lotta di classe raccontata in Miss Marx, spogliata però di tutta la solita retorica. “Mi rendo conto che i miei film sono antiretorici e forse per questo possono anche essere un po’ deludenti. Però credo molto in quel tipo di rigidità, perché provoca le migliori riflessioni, almeno su di me come spettatrice”.

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Dal suo rapporto con la Storia e di come questa si sia intrecciata alla sua vita, la regista passa poi a parlare della sua passione per i musical, dell’importanza che ha la musica non solo nella realizzazione del film, ma già a partire dalla fase di scrittura e della sua consolidata collaborazione con i Gatto Ciliegia, gruppo post rock che ha curato le musiche di Nico, 1988 e Miss Marx. “La musica per me è importantissima, la scelgo mentre scrivo e la ascolto mentre scrivo. Non chiudo una sceneggiatura se non ho capito con che musica voglio fare il film. Fin da Cosmonauta, magicamente questi brani che io mettevo arrivavano ad aiutarmi con dei passaggi narrativi e ho capito che ne avevo bisogno. Non ci so lavorare con la musica originale, non sopporto la musica di commento quando faccio un film mio, mi sembra di trattare lo spettatore da stupido, di dirgli cosa deve pensare o cosa deve sentire, mi piace invece sempre lavorare a contrasto”.

E tra una citazione a C’eravamo tanto amati di Ettore Scola e Roger & me di Michael Moore, arriva fino a Buongiorno, notte di Marco Bellocchio, fonte di ispirazione per quanto riguarda l’uso evocativo del materiale di repertorio: “Buongiorno, notte è un film che dice tantissime cose senza dirle e questa complessità è data proprio dall’uso della musica e dell’archivio”. L’impressione è che Susanna Nicchiarelli abbia le idee chiare sul tipo di cinema che vuole fare: non un cinema rassicurante, come quello hollywoodiano, ma che scandagli le ossessioni ed esorcizzi le paure, come quella della morte e dell’assenza, che si porta dietro fin da bambina e che si è accentuata con la lettura di Heidegger e la maternità. E di fronte alle domande sulla scelta di raccontare personaggi femminili forti ed emancipati risponde così: “Io cerco di raccontare delle storie di persone interessanti ed essendo io donna mi identifico più facilmente nei personaggi femminili. Credo in un cinema che vada contro i cliché ed è facile farlo, basta raccontare persone reali, donne che esistono o sono esistite davvero e la stessa cosa vale per gli uomini, penso che anche per loro sia difficile identificarsi. Poi i personaggi che ho scelto sono personaggi che cercano di provare a dimostrare chi sono al di là dell’icona, dell’immagine, dell’idea che gli altri hanno di loro“.

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