#SentieriSelvaggi30 – Anniversari – “Rottura” con Cineforum e Rivista del ’98 (#7)

Il 1 aprile 2018 sono trascorsi 30 anni dalla nascita della rivista di cinema Sentieri selvaggi: la celebriamo, giornalmente, attraverso una serie di articoli, news, eventi, commenti e altre storie.

C’è sempre un momento in ogni storia raccontata (o ricordata) che, se visto retrospettivamente, sancisce in maniera netta una svolta, un cambiamento, il punto di non ritorno di un percorso e l’inizio di un altro. Nella storia di Sentieri selvaggi dentro Cineforum il punto di rottura, la goccia che porta il vaso a traboccare una volta per tutte è
molto probabilmente riconducibile alla polemica interna sul film Geronimo di Walter Hill. Intendiamoci: non che un film da solo possa lenire rapporti di lavoro e di stima tra
redazioni amiche.
Eppure la polemica tra le due riviste scatenata da Geronimo, peraltro divertente e divertita, pare riconoscere ufficialmente una incompatibilità tra le due entità critiche
progressiva, forse ineluttabile. Del resto, come dimostra la realizzazione dei volumi Sorbini, lo spirito di autonomia della testata romana è sempre vivo e inestirpabile, in perenne movimento verso nuovi spazi e forme espressive che a lungo andare combaciano sempre meno con la realtà della rivista di Bergamo.

Lo scontro dialettico si consuma nel n. 336 di Cineforum, quando cioè, nella rubrica ‘Squarci di cinema’, in occasione dell’uscita in home video del film di Walter Hill si decide di preparare uno speciale elogiativo nei confronti della pellicola, che va a scontrarsi con decisione alla linea editoriale assunta da Cineforum all’uscita in sala del film. Bruno Fornara mesi addietro ha infatti ‘stroncato’ duramente il western di Hill, finendo con l’inserirlo persino nell’elenco degli orrori della stagione. Parte da qui la polemica della redazione di Sentieri, a tutela di un film “che è visione pura, lirica, brivido, emozione e disposizione a cercare sguardi nuovi, magari perdenti, ma amorevolmente non riconciliati”  e di un cineasta da sempre amato dai “selvaggi”. Polemica che vuole assumere sin da subito i contorni del gioco, dal momento che i vari articoli dello speciale vengono tutti firmati con i finti pseudonimi di capi indiani (Corvo dei pazzi, Nuvola Rossa, Alce Nero, Capo Giuseppe, Piccola Ferita).
L’ospitalità di Cineforum a Sentieri selvaggi non si chiude propriamente qui. Sarà la decisione, da tempo coltivata da Chiacchiari e i suoi collaboratori, di produrre un mensile di cinema in proprio e rivoluzionario a ufficializzare in modo brusco e doloroso il distacco –
definitivo e mai più sanato – tra le due riviste.
Il progetto di una rivista cartacea mensile emerge in un momento delicato dell’editoria italiana. Alle storiche riviste già menzionate come Filmcritica, Cineforum, Segnocinema e la “commerciale” Ciak, nel 1993 si è andata ad aggiungere la testata milanese Duel, diretta da Gianni Canova, che in poco tempo riesce a ritagliarsi uno spazio importante e alternativo.
Durante il 1996 Duel rischia però improvvisamente di chiudere, perchè i suoi costi non sembrano essere supportati dalle vendite. Federico Chiacchiari, che apprezza e rispetta la rivista, pensa subito di acquistarla. La sua idea originaria è quella di creare una redazione
allargata che faccia convergere le menti di Duel e di Sentieri in un unico progetto editoriale, ma dopo una iniziale intesa con Gianni Canova – che nell’idea progettuale di Chiacchiari avrebbe comunque mantenuto il suo ruolo di Direttore – Duel viene acquistata dalla ‘Editoriale Modo’.
A questo punto, pur essendo saltata la fusione con Duel, l’intenzione di fare una rivista di cinema rimane nelle teste del gruppo di Sentieri. Troppo stimolante per Chiacchiari e gli altri “selvaggi” l’idea di mettersi alla prova con un progetto concreto e competitivo.
Siamo però, come abbiamo accennato prima, in un periodo storico molto particolare per le riviste di cinema. Dopo, infatti, un incredibile incremento di testate nei primi Anni ‘90, il mercato comincia ad andare in saturazione, facendo scattare i primi segnali di allarme. Del
resto la crisi in cui la stessa Duel piomba improvvisamente lascia intendere uno squilibrio tra costi e ricavi che Chiacchiari e i suoi collaboratori valutano, forse, con troppa superficialità.
Nel primo numero post-crisi di Duel, l’editoriale di Gianni Canova suona come testimonianza illuminante della frustrazione, mista a donchisciottesca inerzia, che caratterizza la resistenza della critica italiana, non solo cinematografica:
“Duel rinasce nella (e dalla) consapevolezza che gli spazi e i luoghi disponibili ad accogliere quella che un tempo si chiamava “critica” sono ormai quasi del tutto scomparsi. Espulsi, rimossi. Dai quotidiani, dalle televisioni, dai grandi mezzi di comunicazione di massa. I quali dedicano al cinema e alla cultura dell’immagine ampi spazi informativamente esaurienti e politicamente corretti, ma lontanissimi anche solo dall’idea di elaborare un pensiero critico sullo “stato delle cose”. La critica? Forse è venuto il momento di prendere atto della sua superfluità, della sua disomogeneità ed eccedenza rispetto alla scena mediatica complessiva. A noi, però, l’idea di essere superflui piace molto. Ci eccita, anzi. (…)”
È forse la stessa eccitazione che spinge ossessivamente Sentieri selvaggi a uscire in edicola nonostante tali incertezze e difficoltà. È altrettanto vero del resto che, analizzando sotto una certa prospettiva i dati delle vendite all’interno del mercato editoriale, non è impossibile inseguire previsioni ottimistiche. La forbice nel 1996/97 va infatti
dalle 150.000 copie vendute di Ciak alle 3.000 di Cineforum. C’è, in mezzo a questi due estremi, un’ampia fascia di mercato in cui potersi inserire, un potenziale numero di 20 o 30.000 lettori che si ritiene possa essere conquistato con una rivista nuova e adatta per tutti i gusti cinefili. È proprio questa la scommessa della nuova Sentieri selvaggi
concepita nel 1998: realizzare una rivista informativa ma non superficiale, capace di passare dal cinema d’autore a quello di genere, una rivista in grado di fare informazione cinematografica e allo stesso tempo critica. Fusione non facile ma affascinante, estremamente rischiosa certo, inedita e non più replicata in Italia.
C’è quindi alla base del progetto un percorso che ovviamente si differenzia molto dall’impostazione della fanzine dentro Cineforum. La Sentieri selvaggi cartacea ha, infatti, l’obiettivo di non fossilizzarsi su un unico tema, ma di affrontare il cinema in tutte le sue forme e latitudini, cosicché tra le riviste di cinema del periodo manca completamente un prototipo simile a quello pensato da Chiacchiari e i suoi redattori. Tanto è vero che se volessimo stabilire dei modelli di ispirazione per la Sentieri selvaggi del 1998, dobbiamo andare a prendere in esame riviste straniere non espressamente cinematografiche come Wired7 e Les Inrockuptibles8, prodotti editoriali atipici e molto apprezzati da Federico Chiacchiari.
Sul piano redazionale viene confermato in blocco il gruppo formato da Demetrio Salvi, Giuseppe Gariazzo, Giona A. Nazzaro, Massimo Causo, Simone Emiliani, ai quali viene ad aggiungersi Mauro Gervasini. Dopo aver vagliato diverse ipotesi si approva in via
definitiva il progetto grafico ideato da Fabrizio Vezzino, l’art director che dieci anni prima ha realizzato il logo della fanzine. La voglia di uscire per aprile ’98 – in occasione del decennale – è, però, talmente forte da parte di tutti da trascurare una strategia più guardinga e riflessiva. Sia Vezzino che Cristiana Caimmi – press agent tra i più
importanti nel cinema italiano, che nel progetto iniziale avrebbe dovuto occuparsi della comunicazione – si dicono contrari, infatti, a un’uscita così affrettata, consigliando al contrario un’operazione di marketing più graduale e paziente che preveda un’uscita posticipata al mese di settembre in occasione del Festival di Venezia.
È questo uno degli errori strategici cruciali compiuti dalla squadra di Sentieri. La voglia di
uscire prima possibile, di entrare nel mercato con una idea editoriale forte e moderna,
confidando forse eccessivamente nelle catene di distribuzione, ha il sopravvento su tutto.
Nell’aprile del 1998 esce quindi il primo numero della rivista cartacea, con una bellissima copertina dedicata al “bambino delle stelle” di 2001: Odissea nello spazio. ‘La nascita dell’amore e del cinema’ è il titolo in prima pagina.
Sin dal primo numero c’è l’intenzione di Sentieri selvaggi di realizzare un prodotto che,
pur essendo esaustivo, non sia schiavo dei temi dettati dal mercato o dall’opinione pubblica. Si cerca da subito un linguaggio e una impostazione estranei all’attualità imposta dall’esterno. Di qui l’intento di iniziare con un tema, quale quello dell’amore al cinema,
amore inteso come nascita, ma anche come atto d’amore, come atto di cinema, come ‘cuore della visione’. Un tema che identifica subito le scariche passionali e fisiche di cui la rivista intende forgiarsi, a scapito delle sovrastrutture sociali e culturali imposte dalle regole “degli altri”.

Suddivisa in tre parti, una dedicata all’informazione, un’altra allo
“sguardo critico”, e una terza alle rubriche – tripartizione che peraltro
vede al suo interno ulteriori sottosezioni – Sentieri selvaggi n.1
(aprile 1998) sforna subito elementi di novità rispetto ai convenzionali
mensili di cinema. L’apparato informativo è caratterizzato da diverse
aree, molte delle quali verranno recuperate nel web magazine. Tra
queste ricordiamo: ‘Lette e… riviste’, imprescindibile osservatorio sulle riviste di cinema internazionali (Studio, Sight and Sound, Dirigido Por, Film Comment e, ovviamente, Cahiers du Cinema), ‘Viaggio in Italia’, spazio dedicato al cinema italiano meno fruibile,
perché indipendente e non distribuito nei circuiti ufficiali, e ‘Nordsudovestest’, straordinaria sezione che affronta il cinema dell’intero globo, in tutte le latitudini e longitudini, andando alla ricerca di quei cineasti “promettenti”, ancora non esplosi nei circuiti ufficiali. Nell’arco di soli sette numeri vengono eseguiti profili su registi al tempo tutti da scoprire come Paul Thomas Anderson, Hayao Miyazaki, Mohsen e Samira Makhmalbaf, Jackie Chan, Naomi
Kawase, Michael Haneke, Aleksandr Sokurov, Abderramane Sissako, ecc. Tra gli autori acclamati spiccano, invece, le interviste a Claude Chabrol, Spike Lee, Brian Singer, Abel Ferrara, William Friedkin, Jean Luc Godard, Joe Dante, e molti altri ancora.
L’intenzione è quindi quella di parlare e amare il cinema a 360 gradi, in tutte le sue accezioni e possibilità. Questa apertura assoluta si traduce perfettamente nel taglio che si decide di dare alla rubrica ‘Storie del cinema’, una linea “non ufficiale”, deviante e deviata dai percorsi accademici, una rubrica dove ai grandi maestri Truffaut o Murnau vengono affiancati Walter Hill, Adrian Lyne e Wes Craven.
La rubrica ‘Storie del cinema’ influenzerà, alcuni anni dopo, l’impostazione del medesimo corso all’interno del programma didattico della scuola di cinema, a dimostrazione di come, una volta diventata scuola, Sentieri non reciderà mai il legame con la sua provenienza critico-letteraria.

Molti sono i temi e le pagine che ci piace ricordare, tra i sette numeri che vanno dall’aprile al novembre ’98: gli approfondimenti entusiastici per Mezzanotte nel giardino del bene e del male di Clint Eastwood e Contact di Robert Zemeckis, l’intervista di Giona A. Nazzaro ad Abel Ferrara, quella sua e di Simone Emiliani a Youssef Chahine, le ‘Storie del cinema’ dedicate a I guerrieri della notte di Hill e Flashdance (!) di Lyne, con articoli firmati
rispettivamente da Federico Chiacchiari e Roberto Silvestri, lo struggente terzo numero su Blues Brothers 2000, le corrispondenze
dai festival di Simone Emiliani,
Giuseppe Gariazzo e Massimo
Causo, la passione – con tanto di
copertina nel numero del mese di
settembre – per Brad Silberling e il suo City of Angels.
Dovendo scegliere uno speciale estremamente significativo per la breve storia di Sentieri selvaggi in edicola, non possiamo però non parlare di quello pensato per il secondo numero, intitolato ‘Profondo Rosso, contro una
“certa tendenza” del cinema di sinistra’. Sempre all’insegna di un’arte cinematografica sincera e appassionata, la rivista nella sua seconda
uscita si scaglia violentemente contro le carinerie del cinema italiano di fine Anni ’90, contro quella “idea di cinema, di Italia (e di vita) che sta dietro il cinema ulivista-progressista”9 e che finisce con il condizionare l’immaginario collettivo e l’intero mercato distributivo.
Scrive Massimo Causo in ‘Contro il cinema di/da sinistra’:  La parola cinema italiano, nonostante tutto, esiste, da Sentieri selvaggi n.2 maggio 1998, p.66
“(…) Bisognerà capirsi, perché poi la macchia che da sempre segna il cinema in Italia – il suo peccato originale – è di colore rosso. È questo un (il?) problema. Perché l’ipotesi ‘sinistrorsa’ sulla quale si fonda il (mondo del) cinema in Italia almeno dal dopoguerra in poi, a un certo punto ha smesso di mettere radici nella coscienza di chi con le immagini ci ragionava, si raccontava, raccontava il mondo, trovava ragioni e perdeva criticamente motivi. È diventata – quell’ipotesi di un cinema sempre e comunque di/da sinistra – un comodo (e qualche volta, per qualcuno, anche scomodo…) alibi sul quale fondare l’innocenza di atti, parole, opere e omissioni di fronte ai quali si è sempre ritenuto non ci fosse bisogno di alcun mea culpa.(…)
A esser messo in discussione nello spirito polemico dell’articolo di Causo, e in quelli successivi a firma di Demetrio Salvi, Giona A. Nazzaro, Alberto Abruzzese, Rinaldo Censi, Edoardo Bruno e Aurelio Grimaldi, è soprattutto la mediocrità buonista di molto cinema
italiano, assai celebrato a quei tempi (e per certi versi ancora oggi) tra gli addetti ai lavori. Un cinema lontano anni luce dai grandi cineasti ‘di sinistra’ del passato, pericoloso proprio perché omologante e ancorato alla ‘superficie (e gli autori messi, in varia misura, sulla
graticola vanno da Salvatores al Virzì di Ovosodo, da Davide Ferrario a Marco Risi). Di sicuro il ruolo che questo numero assume nella storia della critica italiana, non solo cinematografica, è fondamentale per lucidità e coraggio. Sentieri selvaggi, pur rischiando
incomprensioni ideologiche, affronta con il presente argomento uno dei punti e dei problemi cruciali della cultura italiana e della sua impressionante paralisi. Qui agli snobismi di un cinema falso e paratelevisivo non solo viene contrapposto l’incommensurabile valore
del grande e struggente cinema americano di (presunta!) destra (Peckinpah, Eastwood, Milius, Costner e, ovviamente, Ford), ma
anche l’altra faccia del cinema italiano di sinistra, quella “vera”, originale e libera di Nanni Moretti, Mimmo Calopresti e Mario Martone. Tre autori “di sinistra” che nella primavera del 1998 escono nei circuiti ufficiali con opere importanti e amate da Sentieri: Aprile, La parola amore esiste e Teatro di guerra. Ecco allora che la battaglia interna al cinema italiano di sinistra compiuta da Sentieri selvaggi raggiunge il suo compimento in una dialettica assoluta e inconciliabile che mette in contrapposizione la qualità alla furbizia, la verità artistica
alla menzogna, e che vede nei tre registi citati i possibili punti di partenza per una autentica rinascita del cinema italiano.
Una linea editoriale così libera e aggressiva porta ovviamente a delle conseguenze positive e allo stesso tempo negative. Nonostante gli sforzi compiuti dalla redazione romana e gli indiscutibili talenti impiegati nel progetto, Sentieri selvaggi fatica a trovare una
serenità distributiva ed economica.
Il numero dell’ottobre ’98 è uno dei migliori in assoluto: la copertina è tutta di Asia Argento – “intercettata” assieme ad Abel Ferrara al Lido di Venezia durante l’anteprima di New Rose Hotel –, all’interno vengono recensite
importanti pellicole del periodo come Small Soldiers di Dante, Salvate il soldato Ryan di
Spielberg, Racconto d’autunno di Eric Rohmer, Truman Show di Peter Weir e appunto New Rose Hotel di Ferrara, mentre il cinema
italiano trova, anche stavolta, spazio con delle pagine dedicate a Edoardo Winspeare e Michele Placido (regista – quest’ultimo – che
incontrerà sempre i favori di Sentieri selvaggi). C’è però una strana “angoscia” nell’editoriale che chiude questo sesto numero. Quasi il
presagio di essere di troppo nel panorama comunicativo italiano, la consapevolezza di non poter esser sinceri nella propria passione e nel
proprio “sguardo” se non pagando lo scotto di una libertà e indipendenza ostracizzate dal mercato.
Il n. 7 (novembre ’98) dedica la copertina ancora una volta ad Asia Argento. Una scelta editoriale curiosa, decisamente eccentrica, che per certi versi oseremmo considerare sbagliata se solo non rappresentasse perfettamente la brusca svolta senza ritorno che la rivista intraprende. Allo sguardo sensuale e diretto verso il lettore dell’attrice italiana
nella copertina di ottobre, corrisponde qui un volto impaurito e ipnotizzato da oscure visioni. È un primo piano estrapolato da un film di Dario Argento in uscita nelle sale italiane, Il fantasma dell’Opera. Ed è un primo piano perfetto per quello che sarà destinato a essere l’ultimo numero della rivista cartacea del 1998. In antitesi quasi assoluta con il volto che ancora comunica passione nel numero di ottobre, l’Asia Argento terrorizzata in prima pagina di novembre racchiude tutto l’orrore e il disgusto che cresce nell’animo dei “selvaggi”, costretti a scontrarsi con un sistema di comunicazione sempre più ostile e penalizzante.
L’ultimo numero non a caso – oltre a contare una bellissima intervista a Spike Lee curata da Nazzaro – celebra proprio l’horror di due grandi maestri d’altri tempi del cinema mondiale: Dario Argento appunto, e John Carpenter, il cui magnifico Vampires esce in
sala. Due registi adorati da Sentieri selvaggi. I nomi dei quali compaiono nell’ultimo editoriale della rivista, di cui qui di seguito riportiamo l’amaro epilogo:
“(…) Oggi il mondo è brutto, al mattino. Le nubi oscurano i raggi del sole, e i furbi
dominano le relazioni. Gli ingenui scompaiono o sono ricacciati. Il mondo è di chi ha. Nessuno sembra più interessato ad essere. In questo vivere dove l’inganno, il doppiogioco, dominano sovrani, dove nessuno è più corpo aiutante gli altri esseri, ma solo materie che accumulano oggetti immateriali (sotto forma di cash), qui, oggi, verrebbe voglia di gridare la rabbia di chi ama, prima di tutto, gronda la propria passione, di chi sopra ogni cosa mette il piacere, il desiderio, il senso intimo delle cose. Ma oggi un contratto conta più di cento carezze, e non c’è un Ente per la difesa della sensibilità. (…) E allora questo mondo, che sembra non avere più bisogno di un John Carpenter (il più grande cineasta vivente – ma è, davvero, vivo?) o di un Dario Argento (chi può accettare che il suo sia l’unico cinema necessario oggi in Italia?), forse non ha neppure bisogno di una rivista come Sentieri selvaggi. Noi pensiamo al cinema come frammento di vita, come parte integrante del vivere. Amare, sognare, vedere e fare dei film, come scrivere e giocare, sono parti essenziali del vivere. Ma, quelli che oggi (ma domani saranno morti…) tengono le fila delle comunicazioni tra gli umani, ci spengono i segnali. Ci richiedono un’energia supplementare che, forse, non abbiamo più. Eppure noi, ingenui, volevamo solo – testardamente –
comunicare. E raccontare il cinema che ci fa ridere, amare, sognare, piangere e
scatenare le pulsioni che il mondo esterno vorrebbe tenerci nascoste. Per celebrare
e meritarsi il sogno bisogna dare tutto se stessi. Noi, oggi, abbiamo l’impressione di
aver dato tutto. E forse, per continuare a vivere, avremmo bisogno di un’energia in
più. Per oggi basta, ci disattiviamo. Stop. A voi la palla, ora.

Sentieri selvaggi è costretta a chiudere per un pesante bilancio in rosso proprio nel momento in cui alcuni dati statistici lasciano presagire un graduale riscontro nelle vendite e nelle collaborazioni con Cineclub. I mesi successivi l’ultima uscita in edicola sono contraddistinti da crisi economiche, personali, e da disperati tentativi per cercare un
distributore con cui promuovere nuovi numeri.
L’anno successivo, il 1999, è quindi quello più duro e difficile. Il mondo della critica e del giornalismo pare abbandonare il gruppo e la rivista al perverso meccanismo editoriale italiano. Gli aiuti dall’esterno si fanno attendere, il bilancio in perdita delle spese crea
problemi finanziari che immancabilmente finiscono con il coinvolgere i rapporti interpersonali e la vita privata di molti dei protagonisti di questa storia.
La convinzione di battere nuove strade – diverse dalla pubblicazione cartacea – è ben salda nella mente di tutti, ma ancora mancano le energie e le giuste formule per superare l’impasse. L’idea, già da un po’ di tempo coltivata da Federico Chiacchiari, di passare sul web, fatica a realizzarsi per iniziali problemi di natura tecnica e, forse, organizzativa. In molti, tra le grandi firme della rivista, vedono infatti il portale come un ripiego troppo poco nobile per Sentieri.
In questo calderone di confusione e disagio, Demetrio Salvi si rivela ben presto una pedina determinante per la rinascita del progetto. Nei primi mesi del 1999 si verificano, infatti, un paio di circostanze esterne al gruppo di Sentieri che lo coinvolgono in prima persona e
che implicitamente finiranno con l’interessare il futuro di Chiacchiari & Co. Salvi entra in contatto con Claudio Settembre, un imprenditore culturale napoletano che ha in progetto di aprire una scuola di cinema in un piccolo locale della città chiamato ‘Il Cerriglio’. È un progetto ben articolato e allettante, a cui Salvi decide di aderire proponendo un
corso di critica da lui stesso diretto con l’ausilio di alcuni interventi esterni, tra cui quelli di Massimo Causo e Simone Emiliani. Più o meno contemporaneamente si concretizza la collaborazione con Pasquale Renza e la IDICOM, associazione culturale napoletana che
inizia a lavorare nelle scuole proponendo corsi di cinema. Per Demetrio è l’occasione ideale per approfondire la sua esperienza didattica e registica, e riprendere il lavoro su campo che ha sempre contraddistinto il suo amore pratico e viscerale per l’arte cinematografica.
Il discreto successo fatto registrare dal corso di critica a Napoli segna probabilmente il primo passo verso l’indirizzo didattico che Sentieri selvaggi da lì a un anno deciderà di intraprendere. Indirizzo che peraltro non comporta l’abbandono di altre strade parallele come quelle del web, dell’organizzazione di eventi e di un ritorno nel mercato editoriale. In particolar modo l’ultima, quella cioè inerente la realizzazione di nuovi libri fimati Sentieri selvaggi, vedrà la pubblicazione di due interessanti volumi molto diversi tra loro: “Takeshi Kitano, della morte nell’amore” di Francesco Ruggeri, giovane e talentuoso critico subito accolto dal gruppo, e “Scrivere e girare un cortometraggio – manuale per filmmakers” di Demetrio Salvi, semplice ed esaustivo testo di tecnica cinematografica dal buon successo editoriale. Sono prodotti usciti entrambi nell’aprile 2005 e rappresentano i primi volumi editi dopo l’esperienza con Stefano Sorbini.
Sono comunque la rivista on-line e la scuola di cinema a rivelarsi le priorità per una rinascita immediata, le strade maggiormente percorribili per invertire la sfortunata rotta intrapresa con il ritiro della rivista dalle edicole. A febbraio 2000 parte così Sentieri selvaggi online e soltanto un mese dopo ha inizio il primo corso di critica. Da questo momento inizia la vera resurrezione. Ai libri di Ruggeri e Salvi deve essere aggiunto però l’Annuario del Cinema 2000/2001, edito dalla torinese Lindau. A cura di Federico Chiacchiari e Simone Emiliani, con la collaborazione du Bruno Schiavoni, Davide Di Giorgio, Demetrio Salvi, Francesco Ruggeri, Francesco Zippel, Giuseppe Gariazzo, Manuela Pincitore, Massimo Causo,. Sebastiano Lucci e Simona Pellino.

 

Archivio #7 dal volume  UNA PASSIONE SELVAGGIA – 20 anni di storie (e vite) di Sentieri selvaggi, di Carlo Valeri e Sergio Sozzo