#SentieriSelvaggi30 – Anniversari – L’amore, la morte e… l’amore (sotto il segno di John Belushi) (#10)

Il 1 aprile 2018 sono trascorsi 30 anni dalla nascita della rivista di cinema Sentieri selvaggi: la celebriamo, giornalmente, attraverso una serie di articoli, news, eventi, commenti e altre storie.

John Belushi ci extasiava, ci mandava in estasi come dopo aver letto Do It di Jerry Rubin, visto Grease al Giulio Cesare di Roma o ascoltato Enzo Piperno arringare a piazza Cavour stipata di anime belle della capitale, nel 1969, contro i magistrati arresta-studenti: perchè Blues Brothers, Travolta, Pot Op erano i giustizieri, delicati come piume, anzi erano lo spettro eterno della Giustizia contro gli zombie cangianti del Diritto, i buoni contro i cattivi. I gentili contro i prepotenti. È antipatico farsi di estasi altrui. Ma è quello che capita al cinema, leggendo un libro, andando a un concerto. Produzione di estasi, di trasfigurazione, di mutazione, in proprio, in fondo, è questa. Succhiare come i vampiri dalla vita, farsi di vitalità. Non è che ti viene, l’estasi, quando Jake (John Belushi) vede la Luce (e poi, per

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non farsene trafiggere ci consiglia, come nelle eclissi, occhiali più scuri possibili). E fonda la band, anzi la rifonda con Elwood (Dan Aykroyd)… Belushi nel suo corpaccione custodiva una vera ‘multiplicity’, ci indicava la maniera per scoprirli anche noi, “gli altri”, i vari spiriti, e fu prematuramente distrutto proprio da uno di quegli spiritacci diabolici che lo aveva in prestito. Gli Anni ‘80 fotocopiarono il tragitto di questi Belushi, dal sovversivismo ribelle e iconoclasta dello studente indocile alla sua cattura nel ciclo produttivo, per quanto immateriale fosse, fino al mesto ripiegamento borghese sposato, imprigionato nella sua casetta e dal suo televisore, ma sempre pronto all’evasione radicale. Perchè se il consumismo è bello e pericoloso, purché sia totale, come furono quelle fatali ingurgitate allucinogene, è ancora più magico e entusiasmante far trovare una bomba a orologeria al posto dell’uomo ridotto a ‘pacco’ che altri o altre o Il Potere usano, sfruttano e fanno
circolare secondo le loro necessità.” (Roberto Silvestri, in John Belushi – L’anima blues in un corpo punk: Il comico demenziale, Sorbini Editore 1996)

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Non è possibile pensare di poter parlare di Sentieri selvaggi senza passare da John Belushi. Nel corso delle sue infinite mutazioni, la ‘creatura’ di Federico Chiacchiari e Demetrio Salvi sembra aver non solo ‘guadagnato’ quella ‘multiplicity’ che Chiacchiari rilevava nell’essenza filmica dell’attore di Animal House, The Blues Brothers,
1941: Allarme a Hollywood, I vicini di casa, Chiamami Aquila, ma al tempo stesso sembra averne seguito la parabola micidiale dal “sovversivismo ribelle e iconoclasta” di una fanzine-escrescenza “indocile alla sua cattura nel ciclo produttivo” dentro il corpo di uno
dei templi della critica ‘seria’ e ‘seriosa’ d’Italia, la rivista Cineforum, sino al “ripiegamento borghese” del portale online “sempre pronto all’evasione radicale”. Perchè se il “consumismo” di una rivista di cinema mensile in edicola, 60 pagine fitte fitte a colori con recensioni, corrispondenze, speciali, interviste, profili, “è bello e pericoloso, purché sia totale…è ancora più magico e entusiasmante far trovare una bomba a orologeria al posto” di un’altra rivista di cinema in edicola come tutte le altre – e invece era davvero materiale esplosivo, 7 numeri nel 1998 le cui intuizioni ce le portiamo avanti ancora oggi.
Ed era allora naturale che, dovendo ‘esordire’, non sui palcoscenici del Saturday Night Live ma nel mondo ‘polveroso’ della critica cinematografica di fine Anni ‘80, Sentieri selvaggi scegliesse “Belushi & Co. – profili, schede, letture, storia del cinema comico demenziale” come primo tema. Apparso nell’aprile 1988, il primo numero di Sentieri selvaggi Fanzine si chiude con questo seminale scritto programmatico che già abbiamo saccheggiato, intitolato Ladri di critica, a firma FCDS: “E, naturalmente, non avremo vergogna o timore di osare ‘confondere’ serio con faceto e viceversa. Proprio
perchè crediamo che l’immaginario collettivo pare sollecitare e venire sollecitato mediante pratiche linguistiche che esistono tra i vuoti del testo piuttosto che nella struttura evidente dell’opera, siamo convinti che è proprio qui, tra questi vuoti, tra questi sentieri, tra
questi territori imbattuti che si cela il nostro piacere.”
Si fanno da subito evidenti allora le analogie tra le ‘direttive d’azione’ di Sentieri selvaggi e tutto un modus operandi del genere ‘demenziale’ – “i cui fratelli ‘illegittimi’ sono in Italia il movimento del 77 (quell’ala creativa tipo indiani metropolitani […] con una diversa concezione e pratica delle ‘strategie di liberazione’, rompendo i meccanismi perversi, ‘tozzi e militanti’ del fare politica attraverso mille pratiche sotterranee, facendo del divertimento, della gioia, e del piacere un terreno da viver qui e adesso e non in una futura vita o società) e il movimento punk inglese (il punk fu uno sberleffo continuo contrapposto allo statusquo dominante, […] ma soprattutto il punk operava quella sorta di ‘bricolage’ dello
stile, in cui riproduce l’intera storia stilistica delle culture dei giovani del dopoguerra, nella forma del ‘cut-up’, combinando cioè elementi che erano appartenuti originariamente ad epoche del tutto diverse. Ecco quindi ancora il mescolamento, dal lavoro sui generi a quello sugli stili). Ma la vera innovazione del demenziale (e di Sentieri Selvaggi! ndr) è stata quella di essere da un lato profondamente dentro gli Anni ’70, dall’altro immediatamente teso in avanti verso le trasformazioni culturali-produttive degli Anni ’80, con in più un’originale rilettura del ‘passato’ cinematografico.”

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Almeno per tutta l’avventura della fanzine, l’anima di John Belushi, del suo anarchismo, della libertà sovversiva totale della sua esistenza e del suo cinema (e del ‘genere’ a cui apparteneva), resteranno come coordinate chiave su cui impostare una riflessione nuova, originale e destabilizzante sul cinema e sulle sue ‘derive’: “Belushi, ogni tanto, ci torna tra i pensieri. Dovrebbero essere momenti della nostra vita particolarmente felici, evidentemente. Quelli in cui le cose iniziano ad apparirci meno seriose e più vere.”
Ora: se ogni generazione ha i suoi miti, Belushi rappresenta potentemente tutti coloro che sono cresciuti negli anni Sessanta o che – troppo giovani per il Sessantotto – come recita, da qualche parte, Peppe Lanzetta – e troppo grandi per fare il Settantasette, si sono formati alle violente contromitologie per le quali solo pochi sono stati capaci di vivere e, anche, morire. […] Belushi è penetrato nelle vene, nelle narici di tutti coloro che cercavano ‘giuste cause’ (anche se ‘inutili cause’) per le quali battersi.
Ha tramutato, per questo, il suo volto comico in volto politico ed è riuscito a sfondare nei cuori, un po’ spenti, un po’ tristi, di coloro che hanno navigato, con i loro vent’anni, lungo il corso degli Anni Ottanta – meno ideologia, meno sesso, meno libertà, meno sentimento, meno tutto. Ha fuso le sue batterie contaminando televisione, teatro, musica, cinema, e contemporaneamente ha potenziato, ha acceso le nostre. Il suo percorso artistico ha vissuto violenti scossoni, ha subito qualche battuta di arresto, ha cambiato repentinamente direzione e, per questo, ha disarmato chi cercava di mettere ordine nella sua definizione d’attore utilizzando, però, il triste strumento della critica certosina”. (Demetrio Salvi,
Introduzione a John Belushi, op.cit.)

La sua è una presenza tangibile e ineluttabile persino nella sua assenza su schermo.  Capace di segnare nella sua fantasmaticità desiderante e nell’amore di una rivista sempre dallo sguardo commosso/felice anche il terzo numero della Sentieri cartacea del giugno 1998, quando esce in Italia Blues Brothers 2000, 18 anni dopo il primo episodio e sedici anni dopo la tragica morte di Belushi. Nella copertina della rivista un profilo dell’attore etereo e semisbiadito aleggia come sfondo
sulle sagome finte-reali dei protagonisti del sequel. Un ricordo eterno e immutabile, dove la tristezza – inevitabile – non lascia spazio al rimpianto. Scrive Giona A. Nazzaro nel bellissimo articolo ‘Nessun Remake, nessun rimorso’: “Il mondo senza John Belushi è più brutto. Più povero. Elwood, che riesce a spiegare il carattere estremamente brutale della mafia russa ricorrendo a un eloquio forbitissimo, non pronuncia nemmeno per una volta il
nome del fratello. Parafrasando Wittgenstein: “Ciò di cui non si può parlare è meglio tacerlo”. Blues Brothers 2000 viaggia con un terribile magone in corpo, ma non si permette mai di dargli un nome. (…) non è fatto per parlare di gente che non c’è più. Sarebbe di cattivo gusto. Una mancanza di stile. Sarebbe…uncool.
L’estetica horror-funeraria della divisa dei fratelli Blues diventa il senso profondo di Blues Brothers 2000. Non si può sfuggire al proprio destino ed è in questa acquisizione fondamentale (…) che il film trova la sua ragion d’essere. Il nero dell’uniforme diventa segno del grado zero di una narrazione impossibile: vissuta e sofferta come tale sino in fondo. Ed è su questa tabula rasa che Landis costruisce il suo omaggio a Jake. (…) Probabilmente Blues Brothers 2000 è il più bel film sulla morte realizzato negli ultimi anni. Morte come scelta e destino (inevitabile, d’altronde…). Morte segnica, iconica ovviamente, ma anche morte come risorsa necessaria per poter ritornare al buio per poi, finalmente, ricominciare a pensare immagini in movimento (in fuga…). Per sempre.”
Ci piace vedere in questo per sempre l’imprevedibile circolarità (demenziale?) che va dall’amore al dolore all’amore. È un po’ la storia di Sentieri selvaggi, oltre che di Landis e Belushi. Una storia che sfugge irridente. Come lo sono la maggior parte delle storie quando vengono raccontate senza tralasciare nulla.

 

Archivio #10 dal volume  UNA PASSIONE SELVAGGIA – 20 anni di storie (e vite) di Sentieri selvaggi, di Carlo Valeri e Sergio Sozzo