SERIE TV – Better Call Saul

Era il 2008 quando le regole dei serial televisivi vennero stravolte con un dramma lungo cinque stagioni e infiniti premi (tra cui sedici emmy). Better Call Saul, ultima fatica di Vince Gilligan e Peter Gould, spin-off di una delle più acclamate serie televisive di tutti i tempi (Breaking Bad), è sbarcata da poco su Netflix e tornerà il 2 febbraio per una seconda stagione. Il caparbio avvocato Saul Goodman, interpretato da un Bob Odenkirk in splendida forma, ha tutte le intenzioni (e le buone probabilità) di farci restare incollati allo schermo. C’è da dire che quando Gilligan confermò l’idea di far nascere un progetto ambizioso come questo, i dubbi c’erano: non perché fosse una cattiva idea raccontare il preludio dell’avvocato dei criminali, ma perché si rischiava di far storcere il naso ai milioni di fan del chimico malato di cancro e del suo ex studente. Invece, fin dalla sigla iniziale del primo episodio si può intuire, per ora soltanto intuire, che Gilligan abbia fatto centro. Ancora una volta.

Dopo un breve incipit che ci mostra il protagonista due anni dopo di come lo avevamo lasciato, veniamo accompagnati da una sigla in stile comedy nello stesso universo di Breaking Bad, ambientato anni prima, quando Saul (personaggio indiscutibilmente amato fin dai primi istanti della serie dal 2009) era ancora Jimmy McGill e cercava di sfondare più o meno legalmente nel suo lavoro da avvocato penalista, e Mike (Jonathan Banks, candidato all’Emmy come miglior attore non protagonista per il suo ruolo) si guadagnava da vivere nel casello di un parcheggio.

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Sorretto da una struttura apparentemente semplice e lineare, le atmosfere delle prime ore di visione sono sicuramente diverse sia dalla serie originale da cui è tratta, sia dal decimo e ultimo episodio, Marco, accompagnato da versi di Smoke on the Water, in cui si comincia a intravedere il vero Saul, spiazzante nella sua consapevolezza, trascina il pubblico nella più cupa e drammatica dimensione definita dall’attore Anthony Hopkinsun labirinto di sangue, distruzione e inferno” e “una grande tragedia, greca o shakespeariana”. better-call-saul-episode-102-post-tuco-cruz-jimmy-odenkirk-980

Limitare alla figura del fratello e spalla Chuck (Michael John McKean), la perdizione (piuttosto l’occasione) di “Slippin’ Jimmy” lungo il flashback che è il destino del protagonista, sarebbe riduttivo, superficiale, drammatico. E in questo sta il genio di Gilligan, che trova il modo di far risultare la figura di un personaggio tanto maltrattato dalla società simpatico, ma non convincente: è l’attrazione nei confronti del male, del grottesco, ancora una volta, a prevalere. Così come per Heisenberg, anche Saul Goodman ha la sua iniziazione. Se in Breaking Bad si trattava del cancro, qui siamo su un altro piano, ma le storie, nella loro diversità, si somigliano parecchio.

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Elementi di legal drama si fondono in una commedia nera (ricordano a tratti sceneggiature degne dei fratelli Cohen, ma forse ogni riferimento cine-televisivo non è appropriato), densa di humor ma anche di drammaticità. Difficile inquadrare questa prima stagione di Better Call Saul in un genere proprio: in uno dei (giustificati) maggiori successi del 2015, quello è ben più giusto e saggio.