SERIE TV – "C'era una volta", di Edward Kitsis e Adam Horowitz

c'era una volta serie tv

Vagamente ispirato a Fables, la serie dei fumetti di Bill Willingham, sin dall'impianto narrativo rivoluzionario la serie sa essere, pur nei suoi limiti, un divertissement intrigante, specie grazie alla bravura di molti dei suoi interpreti. Dal 22 Gennaio la seconda serie è in onda su Fox Italia

Chi legge Stephen King sa bene che il Maine non è una terra come le altre. Dalla Chesters’ Mill imprigionata in una cupola alla “preziosa” Castle Rock , passando magari per la terribile Derry, è noto che questo Stato sia luogo di avvenimenti a dir poco strani, spesso al limite del logicamente comprensibile. Non bisogna sorprendersi allora che la cittadina di Storybrooke, amministrata dal pugno di ferro dal sindaco Regina Mills, faccia parte dello stato famoso in tutto il mondo per le sue aragoste. Eppure, all’apparenza questa cittadina non sembrerebbe tanto dissimile alle tante altre amene località che costellano le strade del New England. Allora perché il piccolo Henry, con il suo inseparabile libro delle favole, costringe Emma, la sua madre naturale che lo ha abbandonato appena nato, a tornare nel paese per salvare tutti i suoi abitanti da un misterioso incantesimo?

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Vagamente ispirato a Fables, la serie dei fumetti di Bill Willingham che racconta la vita difficile in un paesino abitato dai personaggi della fiabe più famose, C’era una volta è in qualche modo l’occasione definitiva per la Disney (che qui produce la serie con la sua ABC) di arrivare alla resa dei conti con il proprio passato favolistico, spezzando cosi la cappa conservativa che per anni l'ha imposta come il monopolio inamovibile di un immaginario collettivo svilito. Questo percorso di svecchiamento è ormai in corso da anni, da quando nel lontano 2001 la rivale Dreamworks ha conquistato tutti con Shrek e la sua ventata. Il successo dell’orco verde e dei suoi capitoli successivi ha portato la casa di Topolino ad un processo precoce e affrettato di modernizzazione che è passato dalla fusione con la Pixar, dall’ascesa del genio di John Lasseter e dalla nascita di quel capolavoro videoludico che è la saga di Kingdom Hearts, dove i tanti protagonisti disneyani devono condividere la scena con gli eroi dei videogiochi made Japan . Once Upon a Time (il più evocativo titolo originale) non è altro che l’ultimo tassello verso l’età adulta e la fine di un vecchio modo di raccontare le favole.

 

Sin dall'impianto narrativo rivoluzionario, che deve molto alla maestria del duo Kitsis – Horowitz (già acclamati autori di Lost, e del meno fortunato Tron:Legacy), di alternare piani, dimensioni e personaggi, la serie sa essere, pur nei suoi limiti, un divertissement intrigante, specie grazie alla bravura di molti dei suoi interpreti, capaci di destreggiarsi nei diversi registri. Basterebbe prestare attenzione alle continue, stupefacenti, performance che regalano Lana Parrilla (la regina cattiva) e il sottovalutato Robert Carlyle (il subdolo Tremotino), convincenti sia nei panni realistici di villain dei giorni nostri, sia in quelli sopra le righe e folli dei cattivi della favole, per rimanere ipnotizzati dalle vicissitudini degli abitanti di Storybrooke. E non importa se spesso, a causa principalmente della voglia di strafare, si assiste ad errori grossolani, specie nella computer grafica dozzinale, e a risvolti narrativi approssimativi. Tutto ciò viene cancellato dal fascino morboso che può provocare vedere Biancaneve alle prese con il sesso occasionale, il Cappellaio Matto soffrire di vere turbe violente o le fate madrine esplodere in mille pezzi, rendendo cosi questa serie, ad ogni puntata, sempre più coinvolgente. Non sia altro, al limite, per scoprire ogni volta a quale nuovo personaggio tocca arrivare a vivere quello che c’è dopo il “vissero felici e contenti”.

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IL NUOVO NUMERO DI SENTIERISELVAGGI21ST #7