SERIE TV – Daredevil

Ci aveva già provato Mark Steven Johnson nel 2003, con risultati non proprio brillanti. 12 anni dopo, entra in scena Netflix. Nata da una collaborazione con i Marvel Studios, la serie dedicata al Diavolo di Hell’s Kitchen, già rinnovata per una seconda stagione, è stata concepita come un lungo film di tredici episodi da un’ora ciascuno. Tante, troppe le considerazioni da fare per questo reboot, soltanto dopo un primo assaggio del pilot, Into the Ring, dove ci vegono presentati l’avvocato/giustiziere cieco Matt Murdock, interpretato dal britannico Charlie Cox (Boardwalk Empire), pienamente a proprio agio nei panni, o meglio nel costume del diavolo rosso, e il suo amico e collega Foggy Nelson (Elden Henson). Entrambi offrono una prova decisamente degna dei loro personaggi, come il resto del cast (Vincent D’Onofrio merita una menzione speciale).

Fin da subito, Daredevil, più corretto Marvel’s Daredevil, regala al pubblico la sensazione di sfogliare un grande classico del fumetto americano, ben bilanciato e sapientemente adattato ai giorni nostri, questo grazie non solo alle solide basi della cultura cartacea di Stan Lee e Bill Everett, ma anche e soprattutto allo script, firmato, fra tutti, da Steven S. DeKnight, creatore della serie Spartacus.

“Non sono venuto a pentirmi per ciò che ho fatto ma a chiedere perdono per ciò che sto per fare”. Suonano come un oscuro ma lucido presagio le parole di Matt Murdock, qui durante una confessione, che tingendo di rosso le strade di Hell’s Kitchen alla ricerca di risposte, costringe lo spettatore a porsi delle domande. Tipico dei serial degli ultimi anni, primo fra tutti Dexter, che ha in un certo senso rivoluzionato il modo – forse il senso – di guardare la televisione, dato dalle azioni e dalle dirette conseguenze che il protagonista deve subire. Non si ha mai la convinzione che, seppur animato da un senso di giustizia, un eroe faccia effettivamente del bene picchiando a sangue o mandando in coma un reietto della società scaraventandolo dalla terrazza di un palazzo. Non è forse ciò a cui allude la serialità (americana) degli ultimi anni? Cosa vuol dire giusto e sbagliato? È forse questa la domanda che si pone Murdock quando, rivedendo nella Wilson Fiskmemoria visivamente occultata dal “mondo in fiamme” la sua infermiera di fiducia Claire (Rosario Dawson), spalla avveneristicamente perplessa, fallisce nell’ennesimo tentativo di lotta contro il male. Non si tratta di criminali, russi o cinesi che siano, che Devil riempie di pugni e calci in una serie di combattimenti degni di uno dei migliori film di Park Chan-wook (il piano-sequenza ripreso dall’obiettivo di Phil Abraham), ma di colui che pretende il silenzio e che vedrà tradito più di una volta questo comandamento: il male ha un nome ed è Wilson Fisk, interpretato da un Vincent D’Onofrio in splendida forma. Il Kingpin dei fumetti è reso in maniera quanto più spettacolare grazie alla sua immunità (quasi immortalità), al suo “nome”, inizialmente impronunciabile, un mito invincibile che riecheggia sempre più tra vicoli desolati e palazzi fatiscenti, tanto che si impone in questa prima stagione ritagliandosi un ruolo che va oltre l’antagonismo, oltre il cattivo di turno, affiancato dalla fondamentale presenza della sua adorata Vanessa (Ayelet Zurer). Come per Murdock, i flashback dedicati a Fisk sono proiettati nella cupezza del presente, i rispettivi padri simboleggiano ciò che succede e succederà in questo mondo a pezzi.

La nemesi di Daredevil è, paradossalmente, quanto meno lontana possa sembrarci dall’uomo mascherato di cui parlano i giornali, l’uomo che non può, non dovrebbe, spingersi oltre, almeno secondo la propria fede, (forse?) oscurata dalle proprie “esigenze”. Hell’s Kitchen deve morire prima di poter rinascere”. Fisk parla chiaro, e l’obiettivo comune potrà essere realizzato da un uomo soltanto. Ed è un po’ ciò che accade accostando un fenomeno in continua espansione come Netflix ad un grande classico Marvel. Quel che ne viene fuori è un ibrido del tutto convincente.