SERIE TV – "Hannibal", di Bryan Fuller

 Non si può dire che Bryan Fuller non abbia coraggio. L’ex enfant prodige della serialità americana, tanto geniale nelle intenzioni quanto sfortunato negli esiti (nessuna delle sue creature ha avuto il successo che meritava), infatti, non solo ha deciso, con sprezzo del pericolo, di portare l’horror puro nella televisione mainstream, ma soprattutto scegliendo come materiale di base una storia abusata e sfruttata al massimo come quella dell’Hannibal Lecter di Thomas Harris. Dimenticandosi dei quattro best-seller e delle cinque pellicole all’attivo sul famelico dottor Lecter, Fuller decide di mettere da parte i precedenti grotteschi e ironici della sua carriera (pensiamo alla protagonista di Dead Like Me uccisa subito nei minuti iniziali della prima puntata da un gabinetto cascatogli in testa) e abbracciare totalmente la serialità di genere, andando a recuperare “l’uomo nero” per antonomasia del cinema hollywoodiano.  Hannibal, pur riportando in scena (con qualche intelligente modifica di sceneggiatura) personaggi già visti sul grande schermo, consapevolmente si pone prima degli avvenimenti raccontati ne Il delitto della terza luna (ovvero quel Red Dragon, il primo libro con protagonista Lecter, pubblicato nel 1981) e mostra il nostro cannibale ancora a piede libero, intento a muoversi nell’alta società di Baltimora come rispettato e apprezzato psichiatra. Il serial, dunque, si configura subito come una storia di origini, la costruzione di una leggenda nera, dove il protagonista e la sua nemesi (il profiler Will Graham) si confrontano continuamente in un gioco psicologico al massacro. L’autore, infatti, oltre a regalare al suo pubblico effetti splatter e violenza esplicita a piene mani, punta molto all’atmosfera angosciante, al terrore assoluto verbale. Vedere Hannibal è, sin dalle prime immagini del pilot, una discesa negli inferi.

Questo progressivo viaggio nel terrore è reso efficace soprattutto grazie all’ottima caratterizzazione dei personaggi. Se l’agente Fbi Will Graham, già interpretato in modo convincente da William Petersen e Edward Norton nelle passate incarnazioni cinematografiche, non può essere considerato un ruolo iconico (ben altro discorso sarebbe stato fatto, invece, con Clarice Starling) ed è stata un’ottima intuizione quella di trasformarlo in un Rain Man cacciatore di assassini, non va dimenticata però la prova maiuscola e sofferta dell’inglese Hugh Dancy.  Di segno opposto invece è il lavoro fatto dal vero protagonista. Per tutti, non c’è bisogno di dirlo, Hannibal Lecter è, e sempre sarà, Anthony Hopkins. Proprio a causa di questo legame indissolubile tra ruolo e attore, nessuno ricorda più le interpretazioni di Brian Cox (Manhunter) e di Gaspard Ulliel (Hannibal Lecter-Le origini del male). Il lanciatissimo Mads Mikkelsen (ex musa di Refn), attore capace di passare con disinvoltura dai rumorosi blockbuster alla Clash of Titans a prodotti squisitamente d’autore come The Hunt, accetta di mettersi alla prova e sfruttando la sua naturale ambiguità non solo non si mette contro l’interpretazione di Hopkins, anzi ne segue la scia aggiornandolo al nuovo contesto narrativo.

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La serie, pur accolta dai critici con attenzione, a stento si è guadagnata la riconferma per una seconda stagione. Ci auguriamo che il trend cambi e che si dia la possibilità a Fuller e al suo Hannibal di completare i loro “atroci” piani di massacro.