"Sette opere di misericordia", di Gianluca e Massimiliano De Serio

Dopo essersi già fatti un solido nome nel corso del decennio precedente, soprattutto grazie ai lavori presentati al Torino Film Festival, per il loro esordio nel lungometraggio di finzione i fratelli De Serio scelgono un soggetto potenzialmente a rischio di miserabilismo. Una giovane immigrata dall'est europeo alle prese con i loschi (e non troppo nettamente precisati) traffici che dovrebbero condurla alle agognate carte che dovrebbero permetterle di restare e soprattutto di sganciarsi da un entourage che la tiranneggia violentemente. La sua parabola incrocia quella di un anziano malato (Roberto Herlitzka) che, tra un ricovero e un altro, indulge anche lui in affari che non sembrano troppo puliti: verrà malmenato e sequestrato nel suo stesso fatiscente appartamento (di eclatante efficacia scenografica, peraltro) dalla giovane, ma tra i due sembra potersi intravedere una qualche forma di pallido, inatteso, reciproco attaccamento solidale.
Sette opere di misericordia può contare sulla pazienza preziosa di uno sguardo rasoterra. Sfoggio di autentica regia pura come da noi è dato vederlo raramente, il film colpisce soprattutto per l'attenta meticolosità e per il senso della tensione ritmica con cui l'azione è orchestrata, per il suo sguardo minuziosamente ravvicinato, oltre che privo di fronzoli, sull'infernale quotidianità della protagonista.
Se il salto da questo livello “micro” all'inevitabile livello “macro” è affidato alla non eccessivamente riuscita irruzione periodica di cartelli a tutto schermo che suggeriscono le opere del titolo (dal dar da mangiare agli affamati al vestire gli ignudi etc.), ben più efficace è il lento accumularsi di improvvisi e brevi squarci lirici (la macchina da presa che, d'un tratto, si lancia in una lenta panoramica fuori fuoco, una palla luminosa fatta volteggiare nel buio per addormentare un bambino…) fino a culminare nel dolente “miracolo” finale. Insomma: l'intelaiatura di ciò che accade è scrutata così da vicino che, qua e là, il tessuto si smaglia, la storia si sospende, e traluce un qualche umanissimo “al di là” (anche per questo sono stati evocati i Dardenne, dai quali però i fratelli torinesi divergono per stile, che, in senso stretto, è per i due belgi quasi tutto). Come quando la foga confusa della protagonista che tenta maldestramente di calmare il neonato a lei affidatole si placa, di colpo, quando il vecchio che ancora tiene prigioniero va a prendere un po' d'acqua e, senza dire una parola (pochissimi i dialoghi in questo film), gli bagna le labbra, sospendendo per un istante la tensione tra la carceriera e il carcerato.
Prodigo di ellissi (che cosa si dicono la protagonista e il misterioso quasi-coetaneo sull'autobus dietro al vetro senza che ci sia dato sentirli?) e di zone opache ritagliate per scuotere lo spettatore dalla sua distanza e dai suoi eventuali pregiudizi (la ragazza è inquadrata a lungo seminuda sul letto dell'anziano, davanti a lui – ma è solo affinché lui possa vestirla cogli abiti della moglie morta), Sette opere di misericordia ritrae una realtà durissima e degradata, un “aquario” in cui esseri immersi in un ambiente ostile si agitano e si arrabattano come possono. Salvo entrare in fuggevole contatto qua e là: momenti, questi, cercati e trovati dai De Serio con grande tatto, sensibilità, discrezione, pudore. Potrebbe non esserci troppa cura nel maneggiare le ambizioni morali in cui film si lancia volenterosamente. Ma in fondo importa poco. La mano, e l'abnegazione dell'occhio nel mettere ordine nella materia in cui è immerso, ci sono eccome.

Regia: Gianluca De Serio, Massimiliano De Serio
Interpreti: Roberto Herlitzka, Olimpia Melinte, Ignazio Oliva, Stefano Cassetti, Cosmin Corniciuc
Origine: Italia, 2011
Distribuzione: Cinecittà Luce
Durata: 103'

  • piani-sequenza infiniti, ritmo lento, silenzi interminabili, cacofonie sonore…Nulla che il cinema europeo d'autore duro e puro non ci abbia già proposto da 50 anni a questa parte…Non dico che sia un brutto film, ma vedendolo sapevo già come andava a finire…di una prevedibilità (linguistica) micidiale