Seven, di David Fincher

Fincher, qui alla sua seconda regia cinematografica, cambia le regole del genere evitando uno spettacolo autoreferenziale e avanzando una riflessione personale che lega tutte le singole storie

Se c’è un’immagine persistente che sembra fare da sfondo a Seven e che in realtà costituisce un percorso idealizzato, di arrivo e di partenza, per un discorso anticonvenzionale sul genere è la città. Una città sì familiare, che spesso abbiamo visto e magari vissuto, e che volontariamente non ha nome, pur possedendo un’identità nota. Certo, quest’elemento andava marcato, con una fotografia (di Darius Khondji) scura e perfettamente a fuoco, e una storia (scritta da Andrew Kevin Walker) che facesse di quella oscurità la sua perversione più nutrita.

Il grigiore e la pioggia che per tutta l’indagine accompagnano i detective Somerset (Morgan Freeman) e Mills (Brad Pitt) rappresentano solo la punta di un male(ssere) condiviso, che si sposta dal privato al pubblico, come un’onda che agita pensieri e azioni, nascosta al di sotto della superficie e pronta a sconquassare con il suo incessante movimento la vita delle persone: sin dall’inizio siamo gettati in una realtà crudele, in cui un altro delitto è stato compiuto; l’impressione è, ancora una volta, di trovarsi nel presente, un presente che potrebbe essere il nostro; non ne siamo completamente sicuri, ci fidiamo del regista e ci lasciamo accompagnare in un film che ha tutti i presupposti per essere un thriller con qualche elemento del noir. I titoli di testa, che somigliano all’intro di una serie moderna, lo confermano; le immagini sono disturbate, non se ne distingue almeno per il momento il senso. Annunciano però un cortocircuito.

Nella sequenza introduttiva Fincher ha già presentato con rigore i due pedoni principali –

 le diversità tra Somerset e Mills sono palesi – e scandisce la narrazione in un arco temporale di una settimana. Sette giorni, sette peccati capitali che corrispondono ad altrettante vittime, un’indagine che si consuma tra le mura di una biblioteca che diventa un luogo di risate e giochi ammazza-tempo – la cultura è una pratica ormai accessoria. Tra pagine di letteratura (si scomodano Dante, Milton, Chaucer ed Hemingway) e pagine personali e drammatiche, Fincher mette in piedi un sistema che spinge diritto verso la risoluzione del caso – qualsiasi momento, persino quello apparentemente insignificante, è funzionale. Ed è a questo punto che sorprende lo spettatore, affidando il punto di svolta al killer stesso che si consegna a mani basse alla polizia.

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L’interpretazione di Kevin Spacey è la vera rivoluzione del film: il suo John Doe è un uomo comune, inerme nell’aspetto, il tono pacato, le intenzioni ultraterrene; nonostante sia circoscritto a uno spazio temporale ristretto, la sua imprevedibilità permette al film di uscire virtualmente dalla una struttura ferrea. Fincher, qui alla sua seconda regia cinematografica, può trattare a suo modo la materia (Alien³ era stato un progetto su commissione), cambiando le regole del genere per evitare uno spettacolo autoreferenziale e avanzare una riflessione che lega un po’ tutte le singole storie, riflessione che riguarda il livello di violenza e degrado raggiunto dalla società e dalla natura umana: per questo Somerset all’inizio chiede all’agente se il bambino ha assistito all’omicidio, e sempre per la stessa ragione si confiderà con Tracy (Gwyneth Paltrow), moglie di Mills, raccontandole il suo passato, e la donna a sua volta gli confesserà i dubbi circa la sua gravidanza. Viene da domandarsi quanto sia personale questa visione, così cupa per non dire funerea, o quanto piuttosto siamo noi a non riconoscerci in un presente che percepiamo come distante ma possibile.

Regia: David Fincher
Interpreti: Brad Pitt, Morgan Freeman, Kevin Spacey, Gwyneth Paltrow

Durata: 122’

Origine: USA, 1995

Genere: noir, thriller, drammatico

Mercoledì 6 giugno, Iris, ore 8.40

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