Shadows, di Carlo Lavagna

Ad Alice nella Città il nuovo film di Carlo Lavagna tenta un ambizioso dialogo tra la nuova via italiana al genere fantastico e il canone dell’antropocene USA come A quiet place o Light of my life

A cinque anni dall’esordio Arianna, che fu a Venezia alle Giornate degli Autori, Carlo Lavagna tenta un’operazione di una certa ambizione, cercando di far dialogare la nuova via italiana al genere fantastico (nella squadra di sceneggiatori, insieme a Damiano Bruè e Vanessa Picciarelli, figurano anche Tiziana Triana di Luna Nera e Fabio Mollo, recentemente impegnato in Curon) con il respiro internazionale di prodotti come A quiet place e Light of my life, se non addirittura la saga videoludica di The last of us. Alle spalle c’è un asse produttivo che va dalla Ascent di Matteo Rovere e Andrea Paris, alla dublinese Feline Films, per cui il film è interamente girato in Irlanda, tra un hotel abbandonato vicino al villaggio di Howth e i boschi di Wicklow County, e recitato da cast britannico, la “madre” Saskia Reeves e le due figlie Lola Petticrew e Mia Threapleton – su quest’ultima grava il peso maggiore del dramma velatamente soprannaturale che investe la vicenda, forse eccessivamente incastrata in un respiro claustrofobico-paranoico che rinuncia a qualunque visionarietà alla ricerca di riferimenti più alti, Shyamalan o un certo sapore inevitabilmente kinghiano soprattutto nella caratterizzazione della severissima mamma addestratrice tra delirio e chiaroveggenza.
Se la regia non cerca mai veramente le ombre del titolo, che rimangono una minaccia annunciata ma non si fanno mai pericolo tangibile fuori dalla finestra, diventa assai più interessante allora il velato afflato ambientalista di questa favola dell’orrore, che la connette in qualche maniera alle nuove narrazioni mistiche sull’antropocene (che abbiamo affrontato qui), con questa luce del sole assassina e l’utopia di un ritorno al contatto con una natura che provvede ad ogni bisogno degli uomini. Peccato che Shadows non affondi troppo il colpo in questa direzione, perché la Alma del film ad un certo punto assomiglia davvero ad una inconsapevole Greta Thunberg, con il volto rubicondo, le treccine, e il cappuccio calato sulla testa.

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Se è vero che il twist finale arriva a corrente alternata e forse un po’ troppo tardi nell’economia della narrazione, allo stesso tempo il film conta dei momenti di indubbia efficacia grazie alla prova sorprendente del trio di interpreti e alla riuscita caratterizzazione dell’albergo-labirinto, che con i suoi spazi ora angusti ora improvvisamente ampi, stanzini, solarium e corridoi, diventa il reale protagonista nascosto della storia, tutta testimoniata sui muri dipinti e segnati del fatiscente edificio, il quale sembra crescere e mutare insieme al corpo di Alma, che da bambina va facendosi donna e non ci sta più a farsi sorvegliare costantemente dalla madre o negare il miele. Aumenta considerevolmente il livello di astrazione del tutto la sorprendente partitura di “chamber music” di Michele Braga, che aggiorna al gusto contemporaneo alcune consuetudini della tradizione nostrana di colonne sonore “di genere”.

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RIFF AWARDS 2020

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La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
1 (1 voto)
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