Shark Bait, di James Nunn

Uno shark movie che ragiona divertito come un horror degli anni ’00, senza però sviluppare mai l’idea di cinema che suggerisce, divenendo l’ennesimo tassello di un filone che oggi annaspa sempre più

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Sembra essere ancora uno spazio difficilmente avvicinabile da certo cinema contemporaneo, quello dello shark-movie, un filone che solo raramente ragiona sulla sua eredità e sul linguaggio specifico da adottare per sviluppare le sue storie, finendo, spesso, per affidarsi totalmente al fascino bestiale di una creatura che non sa gestire davvero.

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Il curioso destino degli shark-movies estivi di oggi lo racconta benissimo 47 metri: Great White, paradossale film di squali senza squali, che si accorge troppo tardi di non avere il fiato per farsi racconto compiuto e cede alle sue ambizioni. Questo Shark Bait parte dalle rovine del film di Wilson e, anzi, pare rendere la crisi di quell’immaginario il centro del suo racconto. Quattro studenti, durante le vacanze, rubano due moto d’acqua e scappano in mare aperto. Dopo qualche scorribanda, il gruppo rimane però alla deriva in balia di uno squalo affamato. Tutto, però stavolta gira a vuoto, gli stessi protagonisti sembrano macchiette residuali di certo cinema horror tra gli anni 90 ed i ’00, quello più gore, stilizzato, a tratti ironico, di cui il regista riprende le dinamiche.

A tratti, quella di James Nunn, pare un’intuizione vincente, base di un racconto che dà il meglio di sé quando diventa un survival giocoso su degli Spring Breakers maltrattati da uno squalo dalla cgi imperfetta ma animato da un’affascinante anima gamificata che lancia in aria le sue vittime come quello di Maneater e da una diegesi che non lesina in sadiche derive splatter. E tuttavia a Nunn manca un’idea di cinema da sviluppare coerentemente dall’inizio alla fine a partire da questa radicalità. Così la dimensione ludica di Shark Bait finisce in secondo piano ed il film acquisisce un passo sempre più serioso ma anche prevedibile. Shark Bait abbassa dunque sempre più i giri e lo sguardo di Nunn finisce fuori fuoco. Tra i fotogrammi di una narrazione che si irrigidisce scena dopo scena, è in effetti evidente che la regia provi a sviluppare certe promettenti traiettorie attraverso cui adattare la giocosità delle sequenze splatter anche per i momenti tensivi, ma la presa sul sistema è incerta.

 

Nunn abbozza un’affascinante sequenza notturna in cui gioca con le percezioni dei protagonisti, sviluppa una riuscita sequenza onirica, ma ogni volta fa un passo indietro e torna a costruire il film a partire dal sistema di personaggi e dal loro confronto con lo squalo. Ma i protagonisti, nel tempo, non acquistano profondità, rimangono cliché, neanche Holly Earl, che prova ad emergere tra i personaggi ma a cui il film non offre praticamente mai la possibilità di sviluppare una propria voce.

Così Shark Bait, che fino ad un momento prima ha sfiorato la sintesi tra la tradizione ed uno sguardo grottesco tutto contemporaneo, che costeggia l’umorismo da social e la meme culture (a cui, in effetti, anche Maneater guardava) cade vittima degli stessi problemi dei suoi predecessori, dei tempi morti, della gestione sghemba del fuori campo, di una drammaturgia pressoché inesistente, divenendo, malgrado certi spunti affascinanti, l’ennesimo tassello incolore di un filone che, oggi, sembra andare a bersaglio solo quando è espanso grazie al linguaggio del cinema massimalista.

 

Titolo Originale: Jetski
Regia: James Nunn
Interpreti: Holly Earl, Jack Trueman, Catherine Hannay, Thomas Flynn, Malachi Pullar-Latchman
Distribuzione: Adler Entertainment
Durata: 87′
Origine: USA, 2022

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2
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Il voto dei lettori
3.8 (5 voti)
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