Sheffield DocFest 2021 – Guerra e altri disastri

Due titoli del concorso internazionale, tra prime mondiali e debutti, Charm Circle e My dear spies, ed uno sguardo alla sezione Into the world con il nuovo film di Avi Mograbi

Sheffield DocFest, il Festival internazionale del documentario di Sheffield, giunto alla 28^ edizione, presenta un programma con molte diramazioni tra International Competition, UK competition, Special Screenings ed altre sezioni più strettamente tematiche come Rebellions, Rhyme and Rhythm, Ghost & Apparitions e Into the World. Proprio in questo ultimo gruppo è inserito uno dei titoli più attesi, The First 54 Years – An Abbreviated Manual for Military Occupation di Avi Mograbi, mostrato in anteprima nel Forum della Berlinale, una guida pratica di occupazione militare. Il regista per l’occasione veste i panni di un professore impegnato a spiegare i metodi della progressione di un conflitto attivo da oltre cinquanta anni, suddividendo l’escalation in tre diversi blocchi, dal 1967 ad oggi, tre intervalli di tempo per adottare sistematicamente un comportamento adatto a ridurre in schiavitù il territorio invaso. Il film oltre alla fedele componente cronologica, strutturata da una voce narrante e l’ausilio di foto e video d’archivio, utilizza la testimonianza dei veterani dell’esercito israeliano, raccolta da un’organizzazione chiamata Breaking The Silence. Le poche e significative immagini di repertorio servono per confermare un racconto asciutto e compassato, reso agghiacciante dai toni moderati, la mancanza di empatia, nella ricostruzione di sopraffazione, violenza gratuita, totale arbitrarietà nel perseguire un sospetto scelto a caso, crudeltà verso donne e bambini, tortura fisica e psicologica, tutto restituito dalle parole di uomini ridotti dal meccanico obbedire ad insensibili automi.

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La guerra è anche il sottofondo di My Dear Spies (titolo originale Mes chers espions) di Vladimir Léon, inserito nel concorso internazionale, ma il ricordo non è più diretto, diventa quasi evocazione gettando uno sguardo tra le ombre del passato. Tutto comincia da una valigia piena di documenti, materiale scottante appartenuto ai nonni russi del regista, Lily e Costantin, vissuti in Francia a poi rispediti in patria perché sospettati di appartenere ai servizi segreti. Vladimir e suo fratello Pierre decidono di intraprendere un viaggio in Russia sulle tracce ancora visibili di quel passaggio nel solco di una radice rimasta inesplorata. Un diario, vecchie fotografie, le confidenze dei parenti in vita, una musica da Pantera Rosa, riescono a ricostruire l’atmosfera di un film di spionaggio, piena delle incertezze nate tra le pieghe del tempo, i vuoti e le lacune riempite di domande condannate a risposte sempre in linea d’ipotesi, ed un riscontro l’indizio di una macchinazione più grande, con i caratteri di un’avventura.

Un tema quello della famiglia centrale in un altro dei titoli in concorso internazionale Charm Circle di Nira Burstein, ritratto coraggioso della sua famiglia riunita in occasione dell’annuncio di un matrimonio. L’intenzione della regista è risalire alle origini del rapporto tra il padre e la madre e realizzare un ponte con l’infanzia, dentro la collezione di sorrisi amorevoli, un mondo pieno di musica, antidoto contro il male e filo continuo con il presente dentro un’anima hipster refrattaria alle convenzioni sociali. La visita ad una vecchia casa, diventata fatiscente, crea un forte contrasto con il passato e tocca delle corde nostalgiche, sulle note distribuite quasi in ogni momento del film, fino ad ottenere un ambiente intimo, favorevole ad un racconto sempre più personale.

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