Shelter: addio all’Eden, di Enrico Masi

Shelter: addio all’Eden, del bolognese Enrico Masi, pone, nell’immediato, il tema della necessità o meno di filmare sia una condizione di reale e assoluta apolidia, sia di dare forma ad una terra priva di coordinate geografiche e soprattutto di confini politici. Il secondo tema che si pone è quello dell’approccio possibile per la macchina da presa. Entrambi gli argomenti si fondano su estremi concettuali idonei per una riflessione filosofica, ma poco inclini, se valutati in termini radicali, ad una drammatizzazione filmica. L’apolidia o se si preferisce la non appartenenza, in questo caso, si sviluppa all’interno di una confusione territoriale che segna per converso, una continuità del pensiero. Quindi, nell’universo del film la dis-continuità geografica appare come una precisa conseguenza del tema che precede. Se il concetto di apolide esclude ogni appartenenza a qualsiasi nazionalismo, diventa anche presupposto essenziale per una presenza priva di condizionamenti culturali, salvo quelli necessari a preservare la propria stessa esistenza.
In questo scenario la figura della protagonista si identifica in una specie di mito navigante che attraversa i luoghi alla ricerca di una condizione che possa restituirle una stabilità esistenziale, pur nella incerta inquietudine di un radicato e ormai inguaribile nomadismo.
Per affrontare questo complesso e non pacificato stato d’animo, in perfetta adesione ad una condizione esistenziale che si fa difficile, in Shelter: addio all’Eden, Masi ci fa seguire la vicenda umana di Pepsi, uno degli otto nomi con il quale la protagonista, una trans filippina, sceglie di manifestarsi pubblicamente, pur senza mai mostrare il proprio volto. Partita da un’isola musulmana dell’arcipelago filippino per salvare la propria vita, dopo un soggiorno di dieci anni in Libia, dove ha lavorato come infermiera, si trova a vagare in Europa, tra Bologna e Parigi e l’attraversamento delle Alpi o il controverso confine di Ventimiglia, fino alla giungla di Calais. Il film ridisegna i percorsi, ancora una volta quelli già tracciati dalle rotte della migrazione, ma che qui, più che altrove smettono di diventare mappa geografica, quanto piuttosto accumulo confuso e stimolante di incerte linee geografiche. Ma pur in presenza di questa specie di continuità innaturale che va formare quel terzo paesaggio che sfugge ad ogni catalogazione e forse anche ad ogni controllo, resta il tema del confine come limite opprimente e occludente. Confini che impediscono la libera circolazione degli uomini, di Pepsi che sembra dialogare con se stessa, nel racconto a volte incerto, a volte ironico, che Eva Robin’s attribuisce alle sue parole.
Ma i confini, le barriere non impediscono la libera circolazione di quella connaturata idea di libertà che appartiene alla natura umana. Un nomadismo che si intravede, in forme e profili del tutto (apparentemente) diversi, sullo sfondo di un futuro difficile da immaginare, perfino nel mondo occidentale dal benessere consolidato.
È così che la vicenda di Pepsi, che decide di non svelare il proprio vero nome, si trasforma in figura mitica, non potendo disegnarne una perfettamente aderente al reale e il suo eterno vagare, assomiglia a quello di una sorta di Enea che attraversa quei confini terrestri e la porta ad abitare un mondo composito, non più stabile, ma legato ad una instabilità naturale, come quella che domina la sua vita, in cui i luoghi, i fiumi, le montagne le città sembrano confondersi in un unico tragitto fatto di molte mete, ma nessun traguardo. Un mondo che disperde la sua essenza per recuperarla tutta dentro l’esistenza di Pepsi che diventa il personaggio catalizzatore di questo percorso, sintesi umana di una rappresentazione che moltiplica i suoi numeri, tanti quanti sono i rifugiati e cartina di tornasole di una unità territoriale che unisce dentro se ogni tragitto migratorio e ogni resistenza alle innumerevoli trappole disseminate per ostacolare gli irreversibili processi umani.
Filmare il non filmabile attraverso il mutamento dello sguardo, o meglio, filmare attraverso quell’atto del distogliere lo sguardo dall’oggetto di interesse per restituirne a pieno il senso dentro una necessaria metamorfosi che l’immagine determina e che sa tradurre in forma, perfino poetica, per una unica e (s)oggettiva interpretazione del reale. Il film di Masi arriva alla dimostrazione degli assunti attraverso un cinema che sembra rifrangere il vero focus che sta al centro del suo obiettivo, restituendo allo spettatore, forse le immagini degli occhi di Pepsi e forse anche una sincretica confusione dello stato della sua esistenza. In questo senso Shelter si fa esperimento e manifesto di una condizione, diario e zibaldone di pensieri, pezzi di racconto e sensazioni, cronaca di una difficile navigazione e giornale di bordo frammentario di una molteplice umanità che non ha occhi, né parole, né gesti, ma con dentro una storia incredibile che non trova luogo per sedimentare.

Titolo originale: Shelter, farewell to Eden
Regia: Enrico Masi
Interpreti: Pepsi, Catherine Wihtol De Wenden, Gabriel James Patiag
Origine: Italia, 2019
Distribuzione: Istituto Luce
Genere: documentario
Durata: 81’