ShorTS IFF 2020 – La Viajante, di Miguel Mejias

Forse per l’ennesima volta da Trieste comincia la carriera di un grande nome della cinematografia mondiale. O forse un altro mirabolante esordio avrà presto bagnate le polveri artistiche dalle acque stagnanti della distribuzione indipendente o da quelle limacciose della produzione industriale. La Viajante, di Miguel Mejias, nonostante sia un’opera prima che concorre nell’apposita sezione Nuove Impronte dello ShorTS International Film Festival 2020 visibile sul web dal 04 al 12 Luglio, è infatti un film già liminare, sospeso tra un’autentica e personalissima cifra autoriale ed un’estetica registica facilmente cooptabile dai grandi sistemi indie (Sundance e giù di lì). La vita di Angela, la protagonista del film interpretata con accorata sensibilità da Ángela Boix, è intrappolata tra la città e la madre, come dice il titolo del primo dei tre segmenti in cui è suddivisa la pellicola. La stasi della sua condizione è rappresentata attraverso poche inquadrature di lunga durata, esacerbate dal silenzio di chi non ha nulla da chiedere ad un presente afono, auto-raggelatosi tra la malattia della madre e performance sessuali prive di piacere nel retro di una macchina con un addetto giostraio. Angela è una fotografa che però è rimasta significativamente ferma alla cinepresa super 8 di famiglia con la quale riprende gli insetti, passione da entomologa trasmessagli dal padre assente. La Viajante insiste spesso su questa similitudine ma non scade mai nel metaforismo facile. Gli insetti al contempo sono sinonimo di fragilità ma anche di libertà e su questa ambiguità gioca una bellissima scena che sembra scaturire con naturalezza dal cinema di Antonioni. Angela sonnecchia pigramente nella sua stanza quando, alzatasi per chiudere la finestra dalla quale provengono rumori di strada, sente un fruscio. È una farfalla venutasi a posare sopra la testiera del letto che acconsente a lasciarsi prendere tra le sue dita e lì restare fino a quando la ragazza si corica di nuovo. Tutto è ripreso in una luce aurorale con due movimenti di macchina lentissimi, uno a salire ed uno a scendere, e anticipano la futura scelta di lasciare la città e intraprendere un viaggio in auto.

All’inizio del secondo frammento Angela seppellisce le ceneri della madre nel pietroso deserto delle isole Canarie e parte dopo aver buttato nell’immondizia vecchie audiocassette della madre e i ricordi ad esse connessi. Questa scelta potrebbe essere l’anticamera di un’apertura ma a parte qualche totale, immerso comunque nel plumbeo vigore foriero di tempesta, La Viajante resta volutamente un film chiuso, impermeabile che sceglie sempre di comunicare le poche tracce narrative per ellissi. Un cinema che non teme di chiedere la collaborazione inferenziale dello spettatore e prosegue tetragono fino alla prima vera svolta che sembra finalmente allargare l’esperienza di Angela nella direzione almeno di un dialogo a due. Caricare in macchina il misterioso autostoppista Miquel, incontrato in una delle tante strade selvagge di Tenerife, la fa, forse per la prima volta da tanti anni a questa parte, incontrare davvero con l’Altro.

Che in questo caso è un burbero professore cinquantenne (“io non so scrivere, solo insegnare” dice richiamando sottilmente il celebre aforisma di Oscar Wilde) che inframezza le loro piccole innocue avventure nell’outlook delle Canarie con alcuni versi del poeta surrealista Paul Elaurd. “Capitale de la douleur“, una raccolta delle sue più belle poesie, è infatti il libro che egli le regalerà a fine viaggio. Non prima però che Angela abbia smarrito nuovamente la bussola del suo ego in un balletto amoroso nel quale solo lei ancheggiava con solita incerta indecisione. Punteggiato anche da una sorprendente scena di Morte che arriva inaspettata a destabilizzare ulteriormente la visione: Angela e Miquel si fermano in un bosco nel quale anche un pick-up ha arrestato bruscamente la sua corsa. Si addentrano e hanno il tempo di vedere il proprietario del furgone impiccarsi ad un albero. La passione per gli insetti della protagonista spiega anche la debolezza di noi umani che dietro la nostra scorza intellettuale nascondiamo paure e angosce inestricabili.

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L’ultimo capitolo del film, intitolato significativamente “Ansia per l’infinito“, porta a compimento le tensioni della “capitale del dolore” che è il cuore di Angela. Negli interni dell’omonimo locale (e la carrellata che lo svela è ancora una splendida epifania cinematografica) che richiamano l’estetismo al neon di Nicolas Winding Refn, la giovane donna mostra come la crisi sia per lei una situazione esistenziale perenne, gravida addirittura di instabilità mentale, e non un momento circoscritto della sua vita. Dopo lo spento addio a Miquel, non le resta altro da fare che tornare in viaggio con la sua impolverata auto. Incontra un altro uomo sul ciglio della strada e quando lui le chiede se va a Nord, lei ha solo un attimo di esitazione per poi rispondere sì. Il dolore ha le proprie capitali in tutte le terre del mondo e anche se la via crucis è destino ciò che conta è sempre e comunque muoversi.

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LE BORSE DI STUDIO PER CRITICA, SCENEGGIATURA, FILMMAKING DELLA SCUOLA SENTIERI SELVAGGI

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La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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APERTE LE ISCRIZIONI PER UNICINEMA E SCUOLA DI CINEMA

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