Showing Up, di Kelly Reichardt

Sorprendente passo falso della cineasta in un film vecchio nella forma e nell’anima, al limite della presunzione, con una spenta Michelle Williams. Concorso.

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Il minimalismo umanista come esibita forma d’autore. Disegni sui titoli di testa, sculture che si bruciano, piccoli eventi quotidiani che diventano tracce di insoddisfazione ma anche di ispirazione. Si affida ancora al corpo di Michelle Williams il nono lungometraggio di Kelly Reichardt, alla quarta collaborazione insieme dopo Wendy e Lucy, Meek’s Cutoff e Certain Women.

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Lizzie è una scultrice che si sta preparando per il suo vernissage. I giorni precedenti però non sono semplici tra i problemi con i genitori e il fratello e il rapporto con la sua affittuaria che le nega l’acqua calda.

Reichardt si sofferma sulla radiografia del quotidiano di Lizzie. Anche lei vorrebbe rendere il mondo migliore proprio come i tre ambientalisti una diga idroelettrica in Night Moves o è alla ricerca della propria strada come le quattro protagoniste di Certain Women. Reichardt si sofferma sul suo mondo personale e artistico perdendosi in banali metafore (dietro al puccione che non riesce a volare c’è il suo immobilismo esistenziale), attraversa fugacemente l’universo che la circonda tra le crisi del fratello, il padre con gli ospiti scrocconi e la madre che non c’è mai al momento del bisogno. Lascia così deambulare Lizzie tra le strade di Portland e la segue con una distanza chirurgica cercando quel corto-circuito tra la ptotagonista e l’ambiente che la circonda. Michelle Williams è volutamente dimessa, sottotono, ma è proprio lo sguardo della cineasta che stavolta lo spegne. Vorrebbe sdoppiarla e creare il contrasto tra l’identità umana e quella artistica. L’operazione però stavolta appare al limite della presunzione. Lizzie è bloccata in attesa del suo vernissage. La sua vita di tutti i giorni è mostrata come monotona e disturbante. I suoi disegni e le sue sculture sono le forme espressive di un film che vuole oltrepassare il cinema per materializzare il gesto artistico. Stavolta la fotografia di Christopher Blauvelt non assorbe le luci e i colori come nei migliori esiti della filmografia di Reichardt. Resta lì, a sottolineare quel persistente grigiore oppure si spinge a mostrare l’illusione del movimento cinematografico con la simulazione di una corsa ripresa da una telecamera che fa tanto filmino muto vintage.

Pretenzioso e inconsistente, Showing Up è il sorprendente passo falso di una cineasta tra le più rigorose e coerenti del cinema indipendente americano ed è a metà tra l’esercizio di stile e un’operazione svogliata mascherata da una circolarità esistenziale caratterizzata dalla ripetizione di situazioni simili che dovrebbero provocare un cambiamento. Un film vecchio, in linea con quel cinema indipendente artistico degli anni ’90 tipo High Art di Lisa Cholodenko, di cui sembra una copia sbiadita. Il cuore del cinema indie, nel film ambientato proprio nella città di Gus Van Sant, è solo di facciata.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
1.8
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