SIC, di Alice Filippi

Non ha nulla di celebrativo e il pregio maggiore è la mancata distanza con cui viene raccontato Marco Simoncelli. Il limite è che non tutte le (troppe) testimonianze hanno lo stesso peso.

La tuta di Marco Simoncelli, il cerotto sul naso, l’eco del rombo dei motori. Il pilota motociclistico riemerge dai filmati d’archivio. La voce arriva prima delle immagini con la sua battuta pronta, la sua schiettezza, la capactà di sdrammatizzare o, al contrario di non nascondersi, come nel momento in cui si è messo a piangere davanti le telecamere dopo una sconfitta.

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Ma soprattutto c’è il circuito che è quello del destino, quello di Sepang in cui si corre il Gran Premio della Malesia. Lì è diventato campione del mondo nella classe 250 nel 2008 e ha perso la vita, tre anni più tardi, il 23 ottobre 2011 a 24 anni.

Ad Alice Filippi, sorella del pilota automobilistico Luca, non interressa tanto raccontare la biografia di Marco Simoncelli ma piuttosto il suo sogno. In SIC si combinano l’amplificazione dei desideri di Sul più bello con la volontaria mancata distanza nel documentario di ’78 – Vai piano ma vinci in cui Filippi aveva intrecciato cronaca e dramma intimo nel mostrare la storia del rapimento del padre Pier Felice da parte della ‘ndrangheta. Ed è proprio in questa parziale soggettività del racconto che entrano in SIC le parole del padre Paolo, di Valentino Rossi che per Simoncelli è sempre stato prima un modello da imitare e poi un amico, della fidanzata Kate Fretti, del pilota spagnolo e principale avversario Álvaro Bautista, oltre al capotecnico Alig Deganello, del direttore della gestione sportiva gruppo Piaggio Giampiero Sacchi, del preparatore atletico Carlo Casabianca oltre a giornalisti sportivi ed amici.

Non c’è distanza tra il campione e il privato. In SIC (acronimo del pilota che sta per “sbattiamocene i coglioni”), tutto è mescolato. In parte è tra gli elementi maggiormente positivi di questo documentario che non ha nulla di celebrativo anche se realizzato in occasione del decennale della scomparsa e che non si vergogna di commuoversi come nella immagini, per esempio, dell’abbraccio di Simoncelli con la sorella Martina dopo che è diventato campione del mondo sottolineato da Siamo solo noi di Vasco Rossi. Probabilmente il limite è che non tutte le parole hanno lo stesso peso. Quelle di Paolo Simoncelli e Valentino Rossi entrano subito dentro il film, altre invece anche se appassionate e sincere restano più in lontananza. Così come non convincono, anzi potevano essere totalmente tagliati, tutti i frammenti fiction. Però l’approccio è non è classico e istituzionale e riesce a coinvolgere. Alice Filippi filma come se ci stesse raccontando una storia a voce. In SIC se ne voleva sapere di più e forse per questo aveva bisogno di una maggiore durata. Ma è anche un bel dialogo con Simoncelli, mostrato come se fosse ancora vivo, che ritorna sullo schermo e la prima parola che dice è “Diobò”.

 

Regia: Alice Filippi
Distribuzione: Nexo Digital
Durata: 86′
Origine: Italia, 2021

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3
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Il voto dei lettori
2 (3 voti)
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