Sicilia Queer 2021 – Pensieri/Riflessi prima del coprifuoco

Da Carlos Conceicao a Bertrand Bonello passando per Bruce LaBruce, Mike Hoolboom, Kamal Aljafari, Fariaz Shariat, Patric Chiha: diario dall’edizione appena conclusa del festival palermitano

La undicesima edizione del Sicilia Queer Film Fest ha concentrato nelle giornate dal 3 al 6 Giugno le proiezioni. La presenza del coprifuoco alle 23 ha fatto saltare la proiezione delle 22 e 30 ma ha intensificato la dose cinefila per unità di tempo. Cosa ci è rimasto incastrato tra le palpebre, cosa ha impressionato di più la retina lasciando orme-immagini difficili da cancellare?
La premessa è che tutti i film presentati avevano una caratteristica o una particolarità che li distingueva per originalità e qualità. E questo è un merito del direttore artistico Andrea Inzerillo e di tutti i suoi collaboratori/selezionatori, tenuto conto delle condizioni di precarietà in cui lavorano. Ci è rimasto impresso tutto il cinema di Carlos Conceicao iniziando dai corti (Carne, O Inferno, Boa Noite Cinderela) per finire con l’ultimo mediometraggio Um fio de baba escarlate (2019). Il regista portoghese classe 1979 ha ormai raggiunto la piena maturità autoriale: lo dimostra la facilità con cui passa da un genere all’altro sovvertendolo. Nel suo mondo fantastico il principe azzurro feticista non si innamora di Cenerentola ma della sua scarpetta. Nell’ultimo suo mediometraggio, memore degli esempi di Yann Gonzalez (Un couteau dans le coeur) e dei connazionali Gabriel Abrantes (Diamantino) e Joao Pedro Rodriguez (O Ornitologo), sin dai titoli di testa propone una parodia dissacrante di tutto il cinema giallo degli anni 80 con contaminazioni sovversive dalle opere di Pasolini (La Ricotta, Teorema), De Oliveira e Cronenberg. Sin dal primo piano sequenza (molto De Palmiano) Carlos Conceicao dichiara il suo amore per l’immagine ricercata, iper-cromatica, al passo con la musica “disco inferno”, ma allo stesso tempo la manipola non per fini esclusivamente estetici ma per suggerire un concetto molto semplice: nella società dello spettacolo i carnefici e le vittime si scambiano rapidamente di ruolo, basta interpretare male una parola (un Kiss diventa un Kill) e il baraccone mediatico è pronto a crocifiggere l’icona sacra. E per un discorso prettamente politico contro una società che consuma rapidamente le immagini uccidendole (la scena del colpo di pistola contro l’obiettivo della macchina fotografica è altamente suggestiva), non servono più i dialoghi, perché diventano sottolineature fastidiosamente ridondanti.

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E cinema altamente politico è quello di Kamal Aljafari regista palestinese che ha presentato qui al Sicilia Queer Film Fest molte delle sue opere. Tra tutte An Unusual Summer (2020) è davvero un piccolo gioiello che si presta a diverse linee di lettura: per scoprire il teppista che ogni settimana gli spaccava il vetro della macchina, il papà del regista installa una videocamera di sorveglianza riuscendo ad identificare il colpevole. Dopo tanti anni Kamal Aljafari scopre per caso le VHS del padre, in parte rovinate, e le assembla in 80 minuti di found footage casalingo che però è rappresentativo di tutto il destino di un popolo. Viene inquadrata sempre la stessa porzione di strada, i limiti sono quelli angusti di una striscia di terra bombardata e popolata da figure spettrali, alcune barcollanti, altre in fuga. Solo l’immaginazione di una bambina riuscirà a scorgere dietro queste immagini documentarie, un mondo fantastico in cui c’è il mare e un personaggio dei cartoni animati.


E ancora la politica a farla da padrone in Zombie Child (2019) di Bertrand Bonello. Già iniziato con lo splendido Nocturama, il discorso sulla illusione di libertà dell’odierno liberalismo si fa ancora più urgente narrando la storia di un uomo di Haiti che viene zombificato nel 1962 per potere essere sfruttato nelle coltivazioni di cotone. Lo stato di Zombie è equivalente a quello di un operaio che ha perso la propria coscienza di classe, ha perduto la memoria sui torti subiti e non riconosce il ricatto cui è sottoposto dal datore di lavoro. Nel frattempo le giovani generazioni vengono allevate in collegi cattolici con il mito di Napoleone: da qui si formeranno le nuove classi dirigenti francesi con il culto del successo e dell’eredità da moltiplicare di generazione in generazione. Bonello si permette di essere incoerente, sbilanciato, irriverente: la sua giovane haitiana danza sulle note in cuffia e si prepara a divorare i giovani WASP intolleranti e razzisti. Col denaro puoi comprare tutto ma non la libertà delle tue idee: quella si conquista col sangue.

Anche il cinema di Bruce LaBruce utilizza la metafora per parlare del narcisismo come patologia dell’identità. In Saint Narcisse (2020) il giovane Dominic scopre non solo che la madre non è morta di parto ma che esiste un gemello che vive in un monastero e subisce gli abusi sessuali di un prete più anziano. I rapporti con la propria immagine e con quella materna e paterna creano una duplicazione della personalità e la impossibilità a convogliare il desiderio in un’unica direzione. Il sogno di giacere con la propria madre uccidendo il padre viene trasposto nella immagine iconica del martirio di San Sebastiano che traduce gli innumerevoli sensi di colpa per essere stati travolti dal desiderio ma anche il piacere della punizione corporale. Il cinema è l’arte perversa per eccellenza, non ti offre quello che desideri, ma ti dice come desiderare. Ancora politica nell’eccezionale documentario di Mike Hoolboom Judy versus Capitalism che narra le vicende della femminista canadese Judy Redick attraverso un uso sperimentale del materiale visivo e del sonoro. Ogni opera di Mike Hoolboom è pervasa da questa capacità di trasformare le immagini e i suoni in un flusso di coscienza ininterrotto, come se il documentario non si basasse su dati oggettivi, ma prendesse vita da materiale psichico subconscio. Dissolvenze incrociate, sovrapposizioni di immagini, suoni profondi che sembrano provenire da caverne primordiali. Più che le immagini di repertorio sono i percorsi emozionali quelli che interessano, fino ad arrivare allo shock primitivo di quell’evento irreversibile che nessun attivismo e nessuna vittoria politica riuscirà mai a sanare. La persona che credevamo più cara si è rivelato un mostro e il nostro impegno e le nostre urla al microfono sono un tentativo di estirparlo dal nostro corpo.
Una possibile via di fuga è la danza, quella del bellissimo film di Patric Chiha (Si c’etait de l’amour) dove le esperienze umane prevalgono su quelle professionali. Ma a volte fuggire è un po’ scappare da sé stessi come nel film di apertura del festival Happy Together (1997) di Wong Kar-wai e in quello di chiusura Future Drei (2020) di Fariaz Shariat in cui tra Iran e Germania sembra circolare la stessa area omofoba e intollerante. Starei ancora qui a parlare ore e ore degli altri film ma il coprifuoco mi coglie impreparato e sono costretto a fuggire dal Sicilia Queer Film Fest anche se nel farlo ho perduto la scarpetta. Se qualche principe azzurro me la ritrova al Cinema De Seta è pregato di riportarmela. E magari di risuolarla. Grazie.

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