SICILIA QUEER FILMFEST 2013 – Festival Internazionale di Cinema GLBT e Nuove Visioni (Seconda Parte)


Chiusura del festival con il cortometraggio capolavoro, premiato dalla giuria internazionale presieduta da Paul Vecchiali,  Le maillot de bain di Mathilde Bayle, un autore sconfinato e misconosciuto come Jean Claude Brisseau e il suo Le fille de nulle part e i performer artisti multimediali Canecapovolto e Cosimo Terlizzi

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IL NUOVO SENTIERISELVAGGI21ST #9


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Il primo lungometraggio di Mark Jackson, Without (2011), è un’opera di ricerca psicologica del vissuto della giovane protagonista Joslyn, che a poco a poco si va svelando, attraverso una serie di dati e connotazioni caratteriali. Nulla è mai come sembra in Without o meglio, il significato dei fatti narrati è appreso dallo spettatore con la lenta progressione in cui è spinta la stessa ragazza in una situazione estrema, come quella della solitudine forzata in una casa di estranei, dove deve accudire un uomo in stato vegetativo. Ma è tutto davvero come sembra all’inizio? Joslyn è soltanto una brava professionista in grado di gestire oltre la faticosa routine da solerte infermiera anche la surreale serie di regole lasciate dalla famiglia dell’anziano, sorta di comandamenti casalinghi che loro chiamano “Bibbia”, e che denota tutta la limitata visione del mondo piccolo medio borghese? Joslyn emana una forza altra, differente, per esprimersi deve sempre pagare il conto, espiare una colpa che nel film sembra davvero cadere dal cielo come un’inaccetabile dannazione. Così come la macchia sulla spalla, che segna la sua esistenza (l’AIDS incombente?), la condiziona, trattenendola alla sua vera storia, le sue passioni, il suo modo di essere vitale.

Tra i cortometraggi va segnalato Le maillot de bain (2012), venti minuti, di Mathilde Bayle, che ha vinto il premio della giuria internazionale presieduta da Paul Vecchiali, sollevando tuttavia le opinioni divergenti di un componente della giuria, lo psicoterapeuta Vittorio Lingiardi (che peraltro ha ricevuto il premio Nino Gennaro), che si è dissociato dalla preferenza espressa, poiché il film della Bayle tratta in maniera esplicita (forse irresponsabile?) la pulsione sessuale di un giovane ragazzino di dieci anni. Con tutto il rispetto per le psicoterapie, Lingiardi avrebbe dovuto rivedersi Agostino di Mauro Bolognini di cui abbiamo già parlato e anche un po’ di Pasolini. In ogni caso Le maillot de bain è un’opera che lascia basiti per la straordinaria messa in scena della pulsione giovanile nei confronti di un uomo adulto, con scene senza la minima sbavatura, che con cinica oggettività e precisione intercettano sentimenti, passioni e slanci del giovane protagonista e dall’altra parte la routine noiosa delle vacanze anonime al mare di una famiglia francese. Il cinema di Bayle di sicuro va seguito nelle sue future prove, perché ci ricorda il crudo realismo famigliare dei primi cortometraggi di François Ozon e la tenerezza spietata di molti personaggi adolescenti del cinema francese da Truffaut a Rohmer.

Molto interessante anche The Kiss (2012), ventuno minuti, di Filip Gieldon, travolgente passione tra due donne che coincide con un felice coming out e la scoperta emozionante del sé.
Matilde (2013), dieci minuti, di Vito Palmieri nonostante la dimensione didascalica è un tenero ritratto di una bambina audiolesa che risolve i suoi problemi quotidiani in classe con l’immaginazione virtuosa in grado di sovvertire i punti comuni di riferimento
. Più articolato, Prora (2012), ventitré minuti, di Stephane Riethauser, racconta l’amicizia tra due ragazzi che si trasforma in amore omosessuale che ancora deve essere in pieno accettato. Non manca nel cortometraggio un lieve estetismo delle riprese dall’alto che rende ancora più spettrale e cupa la location, un vecchio gruppo di caseggiati del tempo nazista.
Canecapovolto ha presentato in anteprima mondiale altri due lavori sul linguaggio contemporaneo che caratterizzano tutta l’opera del gruppo sperimentale catanese. Tre acuti nella notte (2013), dieci minuti, e Io sono una parte del problema (2013), ventotto minuti analizzano i sottili slittamenti mediatici e significativi che riguardano da una parte le differenze tra idiomi, dall’altra le più comuni percezioni degli orientamenti sessuali. Io sono una parte del problema continua il percorso di Abbiamo un problema, su temi quali sesso, religione e morte. L’arte di Canecapovolto dà comunque sempre l’impressione di una fruizione giocoforza basata sul flusso, sull’installazione, e non sul formato quasi cinematografico, tanto che vederla sul grande schermo ha costituito un ulteriore detournement.

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Ospite della sezione “Presenze”, Cosimo Terlizzi, oltre alla mostra “Omissioni, icone del mio tempo”, ha presentato i due lungometraggi  quasi gemelli, Folder (2010) e L'uomo doppio (2012). Nel primo, come già suggerisce il titolo “folder” ovvero “cartella”, Terlizzi ha cercato di raccogliere moltissime tracce della vita intima personale a mo’ di diario. L’impressione è che Terlizzi non si muova mai senza il contatto con un occhio meccanico: smartphone, videocamera, ecc, sono una sorta di bloc notes, raccolta di appunti, ma anche mezzo per sorprendere cose e persone nella loro oggettività presunta, che invece rivela sempre un dato più flagrante ed inesplorato. Nei bagni pubblici Terlizzi trova molto materiale interessante, gli asciugatori automatici, le forme strane, bizzarre, le mura piene di scritte oscene di ogni tipo tra cui i vari numeri telefonici utilizzati anch’essi per andare ancora più in profondità di una storia virtuale che sempre continua  e mai si interrompe. In L’uomo doppio continua l’afflato per la perdita di una cara amica, circondato da viaggi e spostamenti incrociati, cartoline soprattutto dal Belgio, ma non mancano Londra, Roma e Parigi. La voce fuori campo questa volta sembra più imposta dalla produzione di Scamarcio/Golino. E del resto Terlizzi non nasconde il fatto di mostrare in L’uomo doppio, il suo lato meno eccentrico, più subordinato alle logiche di mercato di produzione e distribuzione di un film.  

Attesissimo il film di Jean Claude Brisseau, La fille de nulle part (2012). Osannato in patria  dai Cahiers du Cinéma, da poco uscito,  La fille de nulle part aveva conquistato il Pardo d’Oro a Locarno 65. In Italia Brisseau è poco conosciuto, eppure la sua filmografia, che comprende poco più di una decina di film, meriterebbe dei recuperi con adeguate retrospettive in festival e rassegne. La fille de nulle part peraltro è un film no budget, che insegna quanto sia efficace una regia asciutta che si concentra su una storia ben scritta focalizzata su due personaggi apparentemente molto diversi fra loro: l’anziano Michel, interpretato dallo stesso Brisseau e la giovane Dora (Virgine Legeay). È proprio la relazione che si stabilisce tra i due e il contesto bizzarro di un’atmosfera sospesa tra il racconto paranormale e la visionarità spettrale ad accrescere il senso queer dell’opera di Brisseau. Ma non solo. Brisseau è un autore indefinibile in quanto il suo cinema non può essere etichettato. Liquidarlo come voyeur potrebbe essere anche un complimento laddove è proprio la costruzione dello sguardo ad amplificare il senso di ricerca dei suoi personaggi. Il percorso è spesso angusto, travagliato da una situazione esistenziale spesso comoda, tranquilla, dove però l’agitazione si insinua, per scoprire nuovi mondi.
Segnaliamo infine altri due film molto attesi in questo Sicilia Queer Film Fest di cui già ci siamo occupati: il già vincitore al festival Some Prefer Cake, Cloudburst (2011) di Thom Fitzgerald e Les invisibles (2012) di Sebastién Lifshitz, passato Fuori Concorso al Festival di Cannes 65.

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