Silent Storms, di Dania Reymond-Boughenou

Un’opera prima che cerca attraverso la magia di fare i conti con un passato di guerra civile terribile da ricordare. Inserito nel Concorso Ufficiale del 31° Medfilm Festival di Roma

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I djiin sono entità sovrannaturali della tradizione islamica, creature create dal fuoco su radici complesse ed ambigue. Entità paragonabili agli spiriti, ai demoni o ai folletti, che nel mondo musulmano popolano credenze e leggende. Le 150 mila vittime del Decennio nero, la guerra civile algerina combattuta tra il 1992 e il 2002 tra l’esercito e le formazioni islamiste, lasciarono nel paese un trauma sociale e politico, e nelle famiglie uno spazio vuoto da riempire.

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L’opera di esordio di Dania Reymond-Boughenou racconta la storia di Nacer, un giornalista che, dopo l’assassinio della moglie Fajar durante il conflitto, vive nella solitudine di un’assenza. Improvvisamente, molti anni dopo, Fajar si presenta alla sua porta, mentre all’esterno imperversano misteriose tempeste di sabbia gialla. Per i contadini non ci sono dubbi: lo strano fenomeno è legato ad una maledizione sui luoghi dove in passato sono avvenute le violenze. Nelle fiabe la polvere magica è l’incanto, l’illusione, il passaggio tra i mondi. In Silent Storms il confine incandescente da superare è quello che separa la vita dalla morte. Il film accenna al lutto e alla memoria, ma è più interessato ai residui, alle scorie, all’incertezza del dolore irrisolto con i colpevoli dei massacri rimasti impuniti. E per farlo sparge un’aurea corpuscolare di luce dorata e di vento silenzioso. La struttura narrativa si muove sulla trasformazione personale e sul rapporto di Nacer con la sua famiglia, soprattutto con suo fratello medico Yacine e la sua fidanzata Shahrazād, nome illustre portato dalla fanciulla protagonista di Le mille una notte che con uno stratagemma riesce appunto a rinviare la propria morte di giorno in giorno, ed infatti al suo ruolo tocca l’entusiasmo della donna spregiudicata, libera e indipendente, pronta a deridere i fanatici seguaci di una dottrina del disprezzo e sfidare l’autorità.

Silent Storms nasce da una necessità, quella di chiudere con un capitolo buio della propria storia recente attraverso una liturgia, un rito per scacciare i fantasmi, onorare i defunti e regolare le ingiustizie, lasciare allo strazio nascosto la possibilità di diventare tangibile. Non tutto funziona alla perfezione, il livello drammaturgico è molto debole, troppo rispettoso forse di affondare nella carne sepolta dal rimpianto, e anche i personaggi sembrano a volte contagiati da una deriva di inconsistenza, in bilico sull’inaccettabile destino e protesi su un futuro circondato dalla musica enigmatica di Dan Levy. Le lacune di scrittura, insieme a problemi di natura produttiva dovute alla difficoltà di muoversi tra Francia, Marocco e Algeria in pieno periodo Covid-19, o subito dopo, non cancellano il fascino oscuro dell’estetica, dello sguardo annegato nel pulviscolo del mare di sabbia colorata, e neanche la scintilla di coraggio per affrontare l’angoscia di un periodo terribile, con uno studio analitico degli eventi per ripudiare la crudeltà.

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La valutazione di Sentieri Selvaggi
3
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Il voto dei lettori
2 (1 voto)
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