Sir Gawain e il cavaliere verde, di David Lowery

Vengono scardinate le coordinate del cinema fantasy mainstream in un invidiabile equilibrio tra dialogo e immagine in una narrativa forse prolissa nel suo mutismo ma mai melensa. Prime Video

Fin dalle prime scene dei suoi film si può scorgere quanto sia particolare la prospettiva unica di David Lowery. Il suo cinema si incentra sull’orrore, sulla paura della morte, sull’incubo del tempo che scorre inesorabile e sul tormento personale dell’individuo, a cui gli spettatori assistono quasi come fossero intrusi che trattengono il respiro mentre cercano di sbirciare cosa accade nel privato del protagonista. Questo è valso per Old Man & the Gun, il glorioso saluto a Robert Redford, in un paradosso temporale ove vige la nostalgia ancorata all’oggi e alla voglia di prendere forma, tra il passato che si fa presente e il presente che diventa passato; ma ancor di più è valso per il bellissimo A Ghost Story, già cult, un monologo sul significato dell’esistenza, sull’immortalità e su quanto l’uomo con tutti i suoi tormenti non sia altro che un piccolo granello di sabbia in un universo ben più vasto. E vale anche per Sir Gawain e il cavaliere verde, trasposizione dell’omonimo romanzo cavalleresco del 14° secolo plasmato in una visione più intima, assumendo una connotazione insolita che abbandona molti degli stereotipi conosciuti.
Questo perché a Lowery non appartiene tanto un genere quanto una visione, una privata, atta a entrare sotto la pelle e innestarci una morale tanto cosmica quanto umana, non formabile per vie semplici ma che piuttosto oscilla tra tante direzioni alternative, fraudolente ma poste seguendo una determinata intenzione.
Il regista equilibra dialogo e immagine in una narrativa forse prolissa nel suo mutismo ma mai melensa, un postulato di concetti complessi – non tanto per le idee in sé ma per la loro presentazione – e visioni delicate da cui è possibile estrapolare più di un’interpretazione, con tanto di finali aperti e dubbi che lasciano la sensazione di rimanere senza risposta. Il tutto racchiuso in una cornice registica decisa e curata in ogni inquadratura, valorizzata grazie a quel tocco delicato e cosciente dell’autore, che non crea quadri vuoti o elementi inutili al suo interno.
Ed eccoli di nuovo, la paura e l’orrore che bussano alla porta dei protagonisti in attesa di palesarsi per davvero, portando quell’ansia che attanaglia lo stomaco, spremendolo fino a pompare l’adrenalina necessaria ad affrontare un viaggio indubbio in cerca di risposte, di confonrto, di sentirsi niente più che umani. L’orrore e la paura non sono intese però come emozioni destinate al pubblico quanto ai personaggi, e sono i loro tormenti a fare da esca per attirare la platea.
Ciò che permea maggiormente da quest’ultima opera infatti, ma che appartiene anche alle precedenti, è la realizzazione di quanto effimeri possono essere molti dei tormenti – preconcetti – umani, a prescindere dal tempo e dallo spazio. Non tanto in quanto illeciti, ma in quanto gran parte evitabili.

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Gawain, figlio di Morgana e nipote di Re Artù, è un giovane ancora in cerca della sua strada. La mattina di Natale viene convocato dal re, che lo invita a sedere alla sua tavola rotonda accanto a lui e alla regina Ginevra per festeggiare insieme ai suoi cavalieri.
Lì Gawain si rammarica in quanto l’unico a non avere storie da raccontare; al ché la regina gli ricorda che non ha “ancora” una storia, facendo intendere che la sua ‘narrazione’ deve prima essere vissuta. Ed ecco quindi apparire un imponente cavaliere verde, simile a un albero, che da l’impressione di essere uscito direttamente da uno scenario fantastico. L’intruso offre una sfida a chiunque dei presenti sia disposto a confrontarsi a un certo “gioco”: egli si lascerà colpire senza opporre resistenza, ma in cambio potrà restituire lo stesso colpo subito a un anno di distanza.
Gawain coglie l’occasione per dimostrare il proprio coraggio e, presa in prestito Excalibur, decapita il cavaliere verde. Questi, rialzatosi miracolosamente da terra, prende la sua testa appena mozzata e sparisce, non prima di ricordare al ragazzo del loro appuntamento futuro.
L’anno passa fin troppo in fretta, e Gawain l’ha trascorso in attesa e in preda all’angoscia per quest’evento, incerto persino se sia finzione o un reale appuntamento inevitabile con la morte. Per onorare la promessa il protagonista si trova a intraprendere un viaggio solitario fino alla cappella verde, il luogo previsto per la resa dei conti; ma il viaggio dell’eroe verso il suo destino è sempre costellato di insidie, prove atte a sondarne il carattere. Tutta la storia si svolge in una cornice oscura e mistica dal forte impatto visivo, oscillante tra realtà e illusione. Quando un essere si rende consapevole della propria mortalità inizia una ricerca interiore atta a dar senso alla propria vita come anche alla propria morte. Personaggi con percorsi forse irrisolti, con problemi e tormenti il cui significato è ovviamente e inevitabilmente legato ad avvenimenti personali, che spesso si fanno strada nell’individuo come un’eredità anche malsana.

Un’opera fantasy che, nel suo essere insolita e scopiazzante, potrebbe non essere letta o apprezzata nel modo giusto, nemmeno tra i fautori del genere – sebbene sul piano estetico siano palesi i rimandi a Game of Thrones, con tanto di echi suggestivi alle atmosfere e personaggi così come alcune inquadrature (ma quale opera fantastica ormai non attinge da quell’immaginario?).
Il fascino delle due opere proviene però da direzioni diverse: c’è un distacco sottile da quella che è stata una decostruzione del fantasy in generale a The Green Knight, che invece scardina le coordinate del cinema fantasy mainstream. Detto questo, il regista è infatti ben più interessato alle lotte interne del suo protagonista che a duelli e battaglie infinite fatte di scontri di spada e ascia, a piedi o a cavallo. L’unica battaglia rilevante della pellicola, nonché la più cruenta, è quella contro se stessi.
Pur partendo da un poema cavalleresco, si è infatti preso una certa libertà nel distaccarsi dalla traccia dell’opera originale, riadattandola alla sua prospettiva moderna e disseminando indizi dal forte impatto allegorico.

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Il film presenta ambientazioni fantastiche che pur rifacendosi alle vecchie portano una personalità distinta, con scene che addirittura toccano quel sottile confine col fantascientifico – come nella scena dei giganti, che per aspetto e presentazione paiono più dei curiosi alieni.
Ciò nonostante viene comunque mantenuto un tono prettamente fantastico, accompagnato dalla scelta della colonna sonora celtica adattissima, grazie alla quale il viaggio, ma anche il mistero, diventa più intenso ed evocativo.

Per tali motivi Gawain intraprende un lungo viaggio verso l’ignoto, che per quanto gli consenta di scorgere la grandezza e magnificenza del mondo, ancor di più lo mette a contatto con quanto terribile possa essere.
Ciò lo porta anche a realizzare la fallacia dell’ideale cavalleresco, così come la sua debolezza e intrinseca umanità che gli impediscono di realizzarlo, e la realtà stessa inizia a farsi sempre più ambigua ai suoi occhi.
L’onore è probabilmente il cuore del racconto, così come lo era nel poema cavalleresco; ma non è un onore spettacolarizzato, ma anzi perseguirlo è spesso la scelta più difficile, anche e soprattutto perché non sempre vi è uno scopo più grande dietro le grandi gesta – come sottolineato nel film stesso.
L’ostinazione di Gawain nel ricercare la grandezza è ciò che lo porta alla rovina; rovina che però l’avrebbe atteso anche se avesse scelto la vita più lunga ma priva d’onore e significato. L’ideale cavalleresco viene al contempo decostruito seguendo i canoni moderni, ed esaltato, lasciando intatto il cuore del poema originale sulla lotta del giovane per aderire al codice cavalleresco ma presentandolo come un conflitto interiore a cui forse non c’è risposta se non quella che si sceglie.

 

 

Titolo originale: The Green Knight
Regia: David Lowery
Interpreti: Dev Patel, Alicia Vikander, Joel Edgerton, Sarita Choudhury, Sean Harris, Ralph Ineson, Barry Keoghan, Erin Kellyman, Kate Dickie
Distribuzione: Prime video
Durata: 130′
Origine: USA, Canada, 2021

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4
Sending
Il voto dei lettori
3 (3 voti)
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