Skylyn3s, di Liam O’Donnell

Trieste Science+Fiction Festival apre con la summa teorica e pratica della storica rassegna: Skylyn3s è sci-fi hardcore che non ha bisogno di inventare nulla perché omaggia tutto con passione

Con la direzione impressa da Skylin3s, diretto da Liam O’Donnell e presentato in anteprima nazionale al pubblico del Trieste Science+Fiction Festival grazie alla collaborazione con Blue Swan Entertainment, la trilogia di Skyline conferma che la scrittura fandom, quando riesce a conciliare l’irruenza citazionistica all’ambizione creativa, è capace di sfornare prodotti di genere che non hanno nulla da invidiare ai masterpieces della fabbrica dei sogni. L’ultimo episodio di una saga sempre più audace difatti, nata dapprima per passione come episodio singolo e continuata per esigenze produttive schizofreniche (la presenza delle star d’arti marziali Yayan Ruhian e Iko Uwais per accontentare i mercati asiatici dove il precedente film aveva incassato di più) termina adesso con uno spettacolo che mischia la pirocinesi visiva della fantascienza pura ad una narrazione action di derivata matrice hollywoodiana. Liam O’Donnell, con quest’ultimo capitolo diventato definitivamente vero deus ex machina di un franchise che pur senza il sostentamento di un grosso budget non ha mai temuto di avventurarsi nello spazio aperto della CGI totale, estremizza il concept originario abbandonando del tutto le precedenti (timide) tentazioni autoriali per un’immersione sfrenata nella sci-fi commerciale. Ma a differenza del secondo episodio, in Skylin3s la corsa all’omaggio senza vergogna ai modelli già classici come Aliens – Scontro finale e Starship troopers non ha il fiato corto del geek appassionato. Pur cadendo ancora nel supereroismo muscolare di marca Eighties – l’abuso di musiche enfatiche, di one-liner e pose fighe – O’Donnell riesce a sottomettere la sua strabordante voglia di cinema pop ad una storia che nella sua semplicità strutturale riesce ad avvincere anche noi suoi compagni di merende spettatoriali. La capitana Rose Corley, interpretata da Lindsey Morgan, è una maverick dalle evidenti ascendenze ripleyane in continua fuga dal suo passato il cui peso specifico viene condensato all’interno del prologo, contenitore d’apertura che funge contemporaneamente e furbescamente sia da antefatto che da riassunto dell’intera saga. A 15 anni dall’invasione che ha dato origine agli eventi della saga un misterioso virus sta adesso annullando la riprogrammazione biologica dei Pilot, gli alieni protagonisti il cui design qui raggiunge ragguardevoli livelli estetici, ritrasformandoli in quella feroce razza sterminatrice che avevamo imparato a temere in Skyline. Così la tosta Rose, ibrido umano-alieno che in virtù della sua specificità genetica è la sola in grado di maneggiare la loro potente tecnologia, è costretta a mettersi alla testa di un manipolo di mercenari che hanno come unica e suicida missione quella di recarsi nella nave madre Armada sita nel pianeta di origine degli extra-terrestri Cobalt 1 e trafugare l’ordigno che sta minacciando la vita sulla Terra.

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Una quest search & destroy, insomma, di disarmante quanto di indubbia efficacia che irrobustisce il suo esoscheletro attraverso l’aggiunta di strati e strati di pelle altrui: dalle arti marziali ereditate dal precedente episodio – inspiegabile in questo senso la comparsata del Mad Dog Yayan Ruhian a favore della volenterosa ma tecnicamente acerba Lindsey Morgan – alla coralità tamarra dei comprimari, dagli scontri con armi a fuoco alla dimensione monster delle creature che sebbene distinguibili soltanto da un cangiante cromatismo degli organi visivi si avvalgono degli ottimi effetti speciali di Fito Dellibarda e dei costumi di Lena Moss. Sebbene invece la fotografia di Alain Duplantier ondeggi stranamente tra il semi-dilettantismo delle scene da space opera in plein-air all’elevata resa negli interni delle astronavi, Skylyn3s ha per quasi tutta la sua durata una performance estetica di notevole resa che lo innalza dalla pletora di prodotti audiovisuali similari. E la cura delle varie componenti filmiche non è sminuita dalla confermata scena finale a commento dei titoli di coda che come per il precedente episodio si compiace di mostrare i bloopers di lavorazione, a dimostrazione del fatto che in questi tempi angosciosi il cinema inerente il futuro debba rimanere una macchina giovialmente artigianale.

In questa edizione Covid-19 del Trieste Science+Fiction Festival transitata esclusivamente sul web che uno dei primi film del concorso proiettati nella sala virtuale di MyMovies racconti nelle sue scene iniziali di un letale virus alieno – ed in fondo la Cina non resta per noi occidentali un mondo altro ancora oggi che ci colonizza brutalmente in nome del darwinismo economico/sociale? – capace di distruggere la nostra Terra con l’inarrestabilità del suo contagio è la presa d’atto definitiva della perdita d’innocenza filosofica: nel 2020 con la malattia e la morte sembra non si possa più scherzare con la leggerezza dei secoli precedenti. Skylin3s è allora l’ultimo fiero baraccone filmico che col potere catartico della sua finzione può per l’ora e cinquanta della sua durata sollevarci dall’angoscia dell’RT infettivo virandolo su quello delle forme di genere sci-fi: la contaminazione delle idee al cinema resta d’importanza vitale.

 

Titolo originale: Skylines
Regia: Liam O’Donnell
Interpreti: Lindsey Morgan, Rhona Mitra, Alexander Siddig, James Cosmo, Daniel Bernhardt
Durata: 110′
Origine: Francia, 2020

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.4

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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