Slender Man, di Sylvain White

Slender Man, corpo consumato dalle tastiere, si muove annoiato in rete assecondando il germogliare di psicosi social(i) che gli conferiscono un’anima da demone con il filtro bellezza

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Nel 2009 Eric Knudsen vince un concorso fotografico indetto dal sito Something Awful, creando il personaggio dello Slender Man, un’entità filiforme e altissima, senza volto con dei lunghi artigli/tentacoli, che appariva in lontananza dietro un gruppo di bambini al parco. La creatura ideata da Knudsen diventa in breve star indiscussa dei Creepypasta (urban legends orrorifiche diffuse su internet) con relativi tentativi di rappresentare questo inquietante uomo-ombra ( videogiochi, finti documentari, cortometraggi).
La fama dello Slender Man, praticamente, lo precede. E ogni generazione ha bisogno del suo uomo nero. Che sia un uomo con il cappello, un pagliaccio multiforme, un’ombra senza volto. Qualcuno contro cui lottare per liberarsi. Per diventare grandi.

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Lo Slender Man di Sylvain White, basato fedelmente sul personaggio creato da Knudsen, si insinua nelle trame della rete, proprio il luogo dove è stato concepito, infettando, attraverso la visione di un misterioso video, le sue vittime digitali, quattro amiche del Massachusetts e lanciando su esse una maledizione poco chiara: piano piano vi prenderò tutte, piano piano impazzirete tutte.
L’aspetto più debole del film è proprio questo, la totale bidimensionalità del mostro, sia a livello di rappresentazione che di contenuto. Lo Slender Man esce dalle foto di Knusden ma non acquisisce un corpo effettivo sul grande schermo, e anche il suo potere orrorifico appare essere poco incisivo e inquietante. Il mostro fa paura quando non si vede, in generale. In questo caso, più che mai. Fin quando le ragazze subiscono a livello percettivo l’influenza dell’uomo nero, il film mantiene una tensione interessante, quando invece il confronto diventa più diretto, la tensione svanisce, così come la paura.

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Le quattro talentuose interpreti del film hanno il loro IT contro cui combattere, che non possiede però neanche un po’ della mitologia del Mostro, non ha una reale storia, un’origine demoniaca specifica, un punto debole, proprio un mostro figurina 2.0. Le ricerche delle protagoniste avvengono su internet o in biblioteca, ma sono poco appassionate e partecipi, addirittura non riescono a creare coesione, piuttosto, piano piano le quattro ragazze si perdono, ai allontanano, il loro rapporto si sfilaccia.
Una certa filmografia e letteratura ci insegnano che l’unione e l’amicizia sono spesso più forti di un mostro contro cui combattere, anzi che sconfiggere il demone sia proprio un passaggio obbligato per raggiungere l’affermazione. Lo Slender Man, corpo consumato dalle tastiere, si muove annoiato in rete assecondando il germogliare, a cui ogni user è ultra esposto, di quelle psicosi social(i) che gli conferiscono un corpo e un’anima da demone con il filtro bellezza.

Titolo originale: id.
Regia: Sylvain White
Interpreti: Joey King, Julia Goldani-Telles, Jaz Sinclair, Annalise Basso, Javier Botet
Distribuzione: Warner
Durata: 91′
Origine: USA, 2018

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