Smile, di Parker Finn

Un horror di fiammate improvvise, che però non riescono mai a sostenere un film che vorrebbe emulare Eggers e Mitchell ma che forse non si è mai liberato della sua anima da cortometraggio

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La linea d’azione è chiara. Smile, ennesimo fenomeno dell’horror indie americano scritto e diretto dall’esordiente Parker Finn, pare posizionarsi nello stesso contesto di tanti horror artsy, tra Eggers, Aster ma sopratutto il David Robert Mitchell di It Follows. A tradirne l’ascendenza più o meno diretta basterebbe la sua storyline, che vede al centro del racconto Rose, psicologa dal passato oscuro che si scopre vittima di un maleficio quando una sua paziente si suicida davanti a lei dopo averle sorriso.

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Contagio, persecuzione da parte di un’entità invisibile, inquietudine, l’immaginario sembra in effetti proprio quello su cui è costruito il piccolo cult di Mitchell. Ma il passo di Finn è inquieto, segue con rigore e ripropone con attenzione il linguaggio di quel tipo di horror, tra piani vuoti, panoramiche inusuali, tempi dilatati, ma lo fa con la reverenza dell’allievo rispettoso, più che con la lucidità di chi cerca di prendere una posizione all’interno di uno spazio noto. Perché l’obiettivo di Parker Finn è soprattutto quello di costruirsi un bagaglio di forme e spunti pronti all’uso che lo possano guidare nella gestione di un contesto narrativo nuovo come quello del lungometraggio. Così basta allargare il punto di vista sul film e ci si rende conto che quello di Mitchell è solo uno dei tanti immaginari evocati da Finn, che per costruire Smile guarda evidentemente anche a The Ring, a Babadook, ai jump scares quasi virtuosistici di James Wan e all’orrore famigliare di Robert Eggers.

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Ma quella di Parker Finn non pare solo l’insicurezza dell’esordiente. Perché Smile nasce come essenziale cortometraggio horror che il regista ha provato a ripensare come film canonico. Il regista vive però la mutazione con apprensione, come se fosse colto da un horror vacui costante. Non accetta la premessa minimale del corto, non lavora davvero su di essa, ma piuttosto divaga, rallenta i giri, rimastica immagini e motivi già noti per costruire una mitologia dell’orrore senza però che a sostenerla ci siano un contesto o anche solo una protagonista sfaccettati.

Così non fa altro che affastellare fatti, mettere carne al fuoco, cadere nei clichè.

Parker Finn non riesce a ragionare a lungo termine, non si è ancora liberato, evidentemente della mentalità del regista di cortometraggi.

Smile dà in effetti il meglio di sé quando si muove per fiammate rapidissime, brevi sequenze spesso pensate e gestite tutte in interni. Lì la regia mostra un controllo dell’azione e del racconto inatteso, costruisce la tensione con cura, non si fa remore a lasciar confrontare lo spettatore con esplosioni improvvise di violenza (come nelle belle scene iniziali, tutte nel manicomio), addirittura dialoga meglio con la tradizione, come racconta bene la sequenza del compleanno, quasi Donneriana.

Si tratta, però di brevi attimi di lucidità di un racconto altrimenti spaventato dal nuovo contesto in cui si muove, che anche quando prova a muoversi al di fuori della propria comfort zone, come quando prova a costruire tutto il secondo atto come un paranoia movie inscritto nella mente della protagonista, si limita solo ad abozzare traiettorie promettenti che non riesce mai a sviluppare davvero.

È come se Parker Finn perdesse lentamente fiducia nel suo stesso progetto, che pare volersi riprendere solo sul finale, con un ultimo atto che è un colpo di reni disperato attraverso cui la scrittura prova finalmente a mettere al centro dei suoi discorsi la protagonista e a costruire un horror Eggersiano dal suo punto di vista. Ma è troppo tardi, il passo è frettoloso, l’orrore è superficiale, a buon mercato e il sistema è andato definitivamente in corto.

Tra i detriti di Smile rimane la forza di un concept di fondo dallo straordinario potenziale che però Parker Finn non è riuscito a far muovere mai davvero sulle sue gambe, finendo per costruire attorno ad esso un film che è uno showreel che a tratti mostra cosa sarebbe potuto succedere se lo stesso regista avesse affrontato il progetto con una maggiore lucidità operativa.

Titolo originale: id.
Regia: Parker Finn
Interpreti: Sosie Bacon, Jessie T. Usher, Kyle Galliner, Caitlin Stasey, Kal Penn, Rob Morgan
Distribuzione: Eagle Pictures
Durata: 115′
Origine: USA, 2022

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.7
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Il voto dei lettori
2.88 (24 voti)
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