Soap Opera, di Alessandro Genovesi

Un nuovo racconto di pura cornice, svuotato di elementi che non siano le scintillanti traiettorie della propria struttura: da questo punto di vista stavolta Genovesi è ancora più abissale, dichiarando la questione già dal titolo e dalla sequenza di apertura in cui “sfonda” le pareti condominiali. E’ chiaro che una via del genere al nostro cinema “brillante”, per quanto in fin dei conti pesantemente mortifera, può funzionare a patto di guadagnarsi la complicità del cast

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IL NUOVO NUMERO DI SENTIERISELVAGGI21ST #9


Sulla scia del quasi omonimo Paolo Genovese, Alessandro Genovesi gira con Soap Opera il suo Una famiglia perfetta (che a sua volta era probabilmente debitore di Happy Family, copione per l’appunto di Genovesi): chi scrive si rende conto di alimentare un’ossessione nei confronti del film natalizio con Castellitto, ma davvero qui basterebbe prestare attenzione all’arredamento di interni “all’europea” di stanzoni larghi, tavolacci di legno, sedie spaiate e arruginite “ad arte” (come quelli che Genovese utilizza poi anche in Tutta colpa di Freud), o agli esterni imprecisati di auto d’epoca e natale d’altri tempi, per rendersi subito conto che le intenzioni sono le stesse.
Quelle, galleggianti e luminarie, di un racconto di pura cornice, svuotato di elementi che non siano le scintillanti traiettorie della propria struttura: da questo punto di vista Genovesi è ancora più abissale, dichiarando la questione già dal titolo (e in effetti poi il film di elementi da soap opera tratta, gravidanze misteriose o partorienti, amanti, suicidi, omosessualità represse e inganni vendicatori…) e dalla sequenza di apertura in cui “sfonda” le pareti della palazzina in cui vivono i numerosi protagonisti, su piani diversi, per mostrarci quello che succede in contemporanea nei vari appartamenti (speriamo a nessuno venga in mente di citare Blake Edwards…).

E’ chiaro che una via del genere al nostro cinema “brillante”, per quanto in fin dei conti pesantemente mortifera come puntualmente notiamo, e in cui funerali e incidenti d’auto finiscono sotto la stessa clip dei baci riparatori e dei sorrisi commossi senza interrompere la canzoncina popsoul in colonna sonora che lega le scene, può funzionare a patto di guadagnarsi la complicità del cast (per non dire quella di un fantomatico pubblico…).
E qui Genovesi ritira in ballo i volti del suo dittico protostilleriano con De Luigi (confermati anche Abatantuono, Ale e Franz, Cristiana Capotondi), tutti abituati all’evanescenza di progetti simili, e a doverci mettere del loro (il frammento "in maschera" con Abatantuono carabiniere e Chiara Francini starlette per l’ennesima volta ninfomane pare provenire davvero da un altro cinema, ed entrambi sono i più senza freni dell’intero cartellone): le prime tre-quattro sequenze del film dopo la gag tremenda con Caterina Guzzanti sono accomunate dalla testarda convinzione di Genovesi di infilare sempre tutti i personaggi in situazioni grottesche corali (pianerottoli, l’ufficio di Abatantuono dove pare davvero di essere sul palco di un avanspettacolo, magari non è un male).
Poi le coordinate di De Luigi e della bella scoperta Elisa Sednaoui si sganciano un po’, e il film pare vivere alcuni momenti di fragile vita, nonostante Ricky Memphis resti lì, frastornato, come capitato per caso, per piazzare quando non te l’aspetti più in un paio di minuti davanti al vetro delle culle dei neonati in ospedale il vero momento di commozione dell’intero film, da cavallo di razza purissimo.


Regia: Alessandro Genovesi
Interpreti: Fabio De Luigi, Diego Abantuono, Chiara Francini, Ale & Franz, Ricky Memphis, Cristiana Capotondi, Elisa Sednaoui, Caterina Guzzanti:
Origine: Italia, 2014
Distribuzione: Medusa
Durata: 86'

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