SOCIAL MEDIA WEEK – Informazione Liquida

Palazzo Giannelli ViscardiBe Social…Be one of us!, dicono i gadget della SMW, shopping bags di amido di mais, pins, una penna-penna (cioé non pennetta USB, ma con l’inchiostro dentro). Il senso di questa settimana di riflessioni sembra probabilmente nascondersi tutto in quell’ “US”. Dal chi sono loro? al chi siamo noi?

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Pochi giovani davvero giovani occupano le sedie (una ragazza poco più che ventenne sorprenderà tutti nel finale alzandosi in piedi a chiedere consigli per un progetto online appena avviato con suoi coetanei). Troppi completi di gessato, cravatte, barbe e baffi cesellati per bene, gel per capelli. “Addetti ai lavori”? Applicazioni per iPhone che non s’installano, blackberry tenuti in orizzontale.
Riflessioni: la Sala degli Specchi di Palazzo Giannelli Viscardi su Corso Vittorio Emanuele II è effettivamente una room full of mirrors. Ci si arriva salendo le larghe scale di questo palazzo ornato di statue antiche, il soffitto della Sala degli Specchi è dipinto a tompe l’oeil. Sarà per rispetto a tutta questa Storia che lo schermo piazzato dietro il tavolo dei relatori resterà bianco e spento per tutto il corso del convegno. La Sala odora di ristorante cinese: è la maizena che si sprigiona dalle borse biodegradabili. L’evento è stracolmo, Marco Montemagno usa il termine overbooking, poi dice al microfono “quando non c’è gente si lamentano che non c’è gente, quando ce n’è troppa perché ce n’è troppa…”. Ma la domanda non è più chi sono loro (che si lamentano) ma chi siamo noi. Be one of us. Più tardi, Montemagno chiederà ai relatori, tutti direttori o caporedattori di emittenti televisive e giornali, se esistono sul serio le foto e i video delle feste ad Arcore, e se qualcuno di loro li ha visti o li ha nascosti nel cassetto, pronti per lo scoop.
Il direttore di SkyTg24, Emilio Carelli, fa un bell’intervento, parla dell’interazione, della moltiplicazione delle fonti, racconta che il giornalista oggi può badare da sé alle riprese e alla postproduzione del proprio servizio, tutto da solo. L’obiezione: ovviamente le sue inquadrature non avranno però l’occhio del professionista, e il lavoro di montaggio confezionato smanettando al pc non sarà mai paragonabile al taglio di un montatore di professione. Fabrizio Falconi di NewsMediaset gli fa subito eco: che fine faranno i tecnici? Pensate a chi lavora all’archivio immagini, e passa le giornate a portare ai montatori i betacam richiesti dagli scaffali delle emittenti tv. L’ennesimo mestiere destinato all’estinzione: anche i giornalisti di qualche generazione fa che ancora lavorano nelle redazioni faticano a capire la rivoluzione in atto. Su questo, SkyTg24 e NewsMediaset annuiscono all’unisono: che impresa convincere certi redattori!
Privilegi di casta/di carta: il citizen journalism non è giornalismo ma più genericamente “comunicazione”: il giornalisPalazzo Giannelli Viscardi - Sala degli Specchita professionista ha il tempo per dedicarsi ad approfondire una notizia, un’indagine, un’inchiesta, perché è il suo mestiere. L’utente invece lo fa nel tempo libero (Clay Shirky avrebbe sbottato, a questo punto). Tommaso Tessarolo, General Manager Italy di Current TV, ovviamente al tempo non ci pensa più da tempo: quella digitale è una rivoluzione spaziale, che parte dal basso, si fa social e network, e dilaga rompendo gli steccati di potere politico e finanziario che imprigionano le redazioni delle testate d’informazione “classica”, proponendosi come modello libero che non ha più alcuna intenzione di tenere chiusa l’informazione in un cassetto (come le “prove” dei party berlusconei).
Sul fatto che internet annulli la nozione di “tempo” non è troppo d’accordo Alessandro Gilioli dell’Espresso, noto come blogger per il suo “Piovono Rane”: “la rete è uno strumento molto meno evanescente di quello che si crede comunemente”, afferma. “La web reputation è una delle caratteristiche da curare con maggiore attenzione quando si lavora dentro internet. Credibilità, attendibilità, costanza sono elementi fondamentali per avere successo sul web. In rete vince il lungo termine. Oggi non è più possibile campare da inviato a New York traducendo e riassumendo gli articoli del Times, senza ritrovarti mail e commenti che svelano all’istante il ‘plagio’.”
Ogni tanto, tra un intervento e l’altro, Montemagno chiede alla platea “chi di voi ha il suo blog?” o “chi di voi usa twitter?” o ancora “chi di voi conosce Peter Sunde?” Si levano braccia alzate, in quantità e concentrazioni variabili. Be Social, Be one of us. Qualcuno ha aperto una finestra per via dell’odore acre dell’amido. Il direttore di Vanity Fair Luca Dini racconta di come hanno fatto la diretta in 3D del concerto di Gianna Nannini in streaming dal sito della rivista. Gli specchi riflettono le teste dei presenti.

3 commenti

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    lo so che con un pezzo così denso di spunti su questa nostra strana identità ai tempi della connessione dovrei fare un commento più intelligente, ma non resisto: posso dire che dopo aver visto più volte le performance di marco montemagno spero che il soprannome "Monty" non venga dal sublime Norton della 25°ora, perchè lui mi sembra più affine al Cruise di Magnolia? 😛

  • LucyInTheSky (With Diamond)
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    Che Vanity Fair sia un giornale di culto per la rete è un'invenzione di questo strano festival o qualcuno ce li ha messi dentro a forza (di soldi?). Scusate la polemica ma chi ha finanziato questo enorme carrozzone di sponsor e spot che gira nei luoghi più improbabili di Roma? Perché mentre l'autore dell'articolo sente puzza di amido di mais io sento puzza di bruciato? La solita malpensante…

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    basterebbe leggere de kerckhove con maggiore attenzione per spazzar via con un po' di vento dal culo questa folksonomy berlusconiana.