SOL LEVANTE – Cowboy Bebop


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La prima impressione che si prova dinanzi a una serie come Cowboy Bebop (1998) è quella di trovarsi di fronte a una versione spaziale del più noto Lupin III. Colpa di una sigla che ammicca palesemente al ladro inventato da Monkey Punch, ma anche alla figura dinoccolata del protagonista Spike Spiegel. E invece è un'impressione errata, che pochi secondi di visione possono subito fugare irrimediabilmente. E allora ci si lascia guidare dalla storia, dalle avventure di Spike, cacciatore di taglie in un futuro dove la Terra non esiste più, devastata da un cataclisma galattico, e l'umanità si è adattata a vivere sugli altri pianeti del sistema solare, oppure su mezzi spaziali: lo stesso Spike, quando non è a caccia, trascorre i suoi giorni sul Bebop, un'aeronave che divide col suo socio Jet Black e, più avanti, col cane Ein, con l'affascinante cacciatrice Faye Valentine (ma per lui è solo una rompiscatole) e con la piccola Ed, giovanissima hacker tanto espansiva quanto brava nel forzare sistemi e scorrazzare per la rete.


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Per il resto c'è solo la routine del vivere tante avventure a caccia, di corsa, in fuga da un passato che scopriremo solo nel prosieguo, fino a un finale inatteso e coraggiosissimo che ha annesso all'opera legioni di fans rimasti a bocca aperta. E che pone il punto a una delle serie più belle degli ultimi anni, un capolavoro di tecnica e narrazione, gratificato fra l'altro dalla migliore animazione mai vista in tv, come hanno potuto constatare anche gli spettatori italiani grazie a Mtv, che ha ritrasmesso l'anime più volte, in accordo con la Dynamic Italia, curatrice dell'edizione nostrana.


Gli sforzi del regista Shin'Ichiro Watanabe hanno dato dunque vita a qualcosa di realmente significativo: Cowboy Bebop si situa in quella "zona d'ombra" che divide il prodotto "di genere" da quello "d'autore". E' infatti difficile incasellarla in modo perentorio. Il titolo (e il primo episodio) tradiscono un legame col western (genere cinematografico molto amato in Giappone, soprattutto grazie ai prodotti nostrani), evidente nella caratterizzazione solitaria e crepuscolare del personaggio di Spike; ma anche nella concezione grafica di alcune colonie spaziali, che sembrano uscite da un serial di Leiji Matsumoto, il padre di Capitan Harlock e Galaxy Express 999, piene come sono di saloon dove spesso si ritrovano le prede su cui pende la taglia di turno. Altri episodi spaziano poi dalla commedia al noir (i migliori), fino alla fantascienza più hard, con richiami allo Stanley Kubrick di 2001: odissea nello spazio (l'episodio 9 con il satellite artificiale senziente). Non si tratta però della solita, banale opera citazionista, ma di un affresco di grande respiro, scandito dalle ottime musiche di Yoko Kanno, spesso a tema, come evidenziano bene i titoli (Asteroid Blues, Honky Tonk Women). Un affresco in grado perciò di conquistare lo sguardo grazie alla cura del dettaglio e alla varietà delle ambientazioni, a invenzioni come i Gate (corridoi spaziali che mettono in comunicazione i pianeti), a programmi strampalati come Big Shot (una specie di "telegiornale" per i cacciatori di taglie). Ma anche ad avvincere per l'alta qualità delle storie, sempre varie, mai noiose, coinvolgenti a un livello profondo.


Già, perché Cowboy Bebop è soprattutto una storia di esseri umani che vivono con i propri dubbi, le proprie debolezze e che, soprattutto nel caso di Spike, cercano nell'avventura la possibilità di non pensare al passato, agli amori perduti. Personaggi che ostentano un cinismo materialista che li pone al servizio della taglia più ghiotta, ma che a volte rivelano un animo gentile e pronto a battersi per aiutare una persona in difficoltà. Tanto che, alla fine, quasi mai la taglia viene incassata, ma viene perduta per negligenza, o semplice sfortuna. In questo l'anime rivela la sua natura anche "politica", di opera molto critica nei confronti della tecnologia (tema che ricorre ancora una volta in un'opera giapponese) e di un capitalismo sfrenato che ha portato a una colonizzazione spaziale spregiudicata e selvaggia. Il risultato è stato la creazione di una società corrotta, dove ogni cosa può essere spettacolarizzata (uno degli episodi esplora proprio il rapporto profondo fra propaganda e persuasione delle masse mediante una setta pseudoreligiosa teletecnocratica). Un sistema fatto di gente alienata, distaccata dai vertici del potere e costretta a sopravvivere in una silenziosa anarchia: terreno fertile, insomma, per la criminalità e, conseguentemente, per fenomeni legalmente discutibili come i cacciatori di taglie. Gente, quest'ultima, scevra da ogni desiderio avventuroso, inquadrata anzi come casta di uomini soli, non meno impegnati a sopravvivere degli altri. Può sembrare il solito scenario da fantascienza distopica (alla Alita o Akira), ma riesce a risultare ben incisivo e metaforico nei confronti del Giappone odierno (punta di diamante dell'espansione tecnologica mondiale), e, per ogni giorno che passa, nei confronti di tutto il nostro mondo globalizzato.


Un "cartone" adulto, dunque, un esperimento che spesso osa linguaggi forti per il pubblico televisivo, situazioni estreme, temi da opera matura esistenzialmente. Soprattutto un coraggioso esperimento della Sunrise (la celebre casa di Gundam) destinato a rimanere unico, ma che, a causa del culto generato, ha dato vita a un fumetto (pubblicato in Italia sempre da Dynamic e realizzato da Yutaka Nanten) dove si narrano altre avventure dei protagonisti, da inserire nel continuum narrativo tracciato dalla serie. E soprattutto un lungometraggio cinematografico, Cowboy Bebop – Knockin' on Heaven's Door, prossimo a essere distribuito nelle sale italiane grazie alla Columbia. Considerando l'alta qualità dell'animazione televisiva, non stupisce questo approdo finale: peraltro, Cowboy Bebop è stata una delle prime serie made in Japan a sperimentare la commistione di animazione tradizionale e computer grafica. Diversamente da quanto accade in casa Disney, però, gli inserti digitali sono stati subordinati alle storie, riuscendo a integrarsi in maniera discreta al disegno, rafforzando la caratterizzazione d'insieme e implementando la grandezza e il fascino della serie. Vedere per credere, ma soprattutto per dimostrare che l'immaginario globale non è ancora inaridito e asservito all'effetto speciale: spesso le storie migliori sono proprio a portata di mano.



IL DVD


Dopo aver raccolto i 26 episodi che compongono l'intera serie di Cowboy bebop in 6 videocassette, Dynamic Italia ha appena dato il via alla sua serializzazione in DVD. Certamente si tratta del supporto ideale per valorizzare non solo un simile prodotto, ma anche l'edizione nostrana, caratterizzata da un eccellente doppiaggio di caratura cinematografica, superiore anche all'originale traccia giapponese (il disco permette a chi lo voglia di confrontare le due tracce audio).


L'anime, del resto, è presentato anche con un'ottima qualità video, frutto di un sapiente restauro (un apposito extra nel primo volume permette di confrontare il "prima" e il "dopo"). Lascia però l'amaro in bocca la mancata rimasterizzazione della traccia audio, presentata in un semplice Dolby Stereo. Un peccato, considerando l'importanza del sonoro nell'opera, che avrebbe guadagnato molto dalla spazialità del multicanale. In omaggio col primo volume, comunque, c'è un elegante box cartonato per raccogliere i 6 DVD che compongono la serie.

 


LINK


www.columbiatristar.it/cinema/cowboybebop