Sola al mio matrimonio, di Marta Bergman

Sola al mio matrimonio è una storia di donne, di legami forti e significati importanti, di tradizioni tramandate tra generazioni, senza venga proferita mezza parola. Pamela (Alina Serban) è una ragazza rom abitante di un villaggio desolato ricoperto di neve. Ha una figlia piccola e una nonna, con cui divide lo spazio di una piccola abitazione, la loro vita è fatta di espedienti, di povertà endemica, connaturata nel destino di un’etnia posizionata su una linea di confine, ostile all’omologazione. Le difficoltà sono il loro pane quotidiano, un quadro reso ancora più drammatico dall’inverno, poesia e romanticismo in condizione disperata, ed unico ostacolo al baratro l’intimità di un letto dove stringersi per combattere il freddo. Spinta dall’indigenza Pamela coltiva un desiderio, arrivare in Europa per sposarsi, trovare un uomo adatto a badare a lei ed alla figlia, e per conoscere la persona giusta decide di rivolgersi ad un’agenzia. Una volta conosciuto Bruno (Tom Vermeir), grazie ad internet, lascia il paese ed va in Belgio.

Marta Bergman fa confluire dentro il film l’esperienza accumulata nei lavori precedenti come documentarista, catturata attraverso i singolari personaggi sparsi nei villaggi della Romania. Il focus restano le piccole comunità dimenticate, fuori dai riflettori, figlie di culture considerate arcaiche. Un interesse mostrato sin dal primo progetto accreditato La ballade du serpent (1991), spaccato di vita gitana nel volto di tre vecchi zingari, ultimi depositari della musica tradizionale. Orbita nello stesso raggio d’azione Clejani (2005), dove al focus della musica si accompagna la voglia di fuggire verso l’Europa dei giovani musicisti di un’orchestra. Seule à mon mariage non fa eccezione, è la perfetta quadratura del cerchio, racchiude le tematiche in una storia plausibile, e le note sono ancora indice di una fuga fisica e cerebrale. Risuonano in tutti i passaggi chiave del racconto, nel ballo liberatorio e sfrenato in discoteca della protagonista, sopraffatta dall’indifferenza di Bruno, nel ballo in occasione del pranzo con i futuri suoceri, nel chiuso di una casa priva di lussi e piena di affetto.

La sfida delle convenzioni e il coraggio di abbandonare l’affetto dei propri cari sono gli aspetti che rendono Pamela quanto di più simile ad un’eroina. Il suo personaggio è costruito a larga distanza dai cliché di perfezione, appare risoluta e fragile, impulsiva ed incapace di mentire ai battiti del cuore, fedele soltanto al richiamo del sangue, un filo invisibile, depositario di una inesauribile linea d’amore. Il suo raggio di forza si estende al di là del razionale, è illogico, comprime l’assenza dentro il momento di un pensiero, nel ricordo di un volto e di un pianto e rende lo spazio superfluo. Come in una destrutturazione onirica, il sogno diventa terra di congiunzione di corpi lontani, quelli della protagonista con la sua famiglia. Una comunicazione fatta di premonizioni, di gesti impercettibili, resa possibile dalla magia, dall’incanto e dal mistero al quale questo popolo non vuole rinunciare. Nel viaggio di Pamela verso un Occidente stanco, ma per i suoi occhi ancora con i connotati di un Eldorado, emerge un divario dinamico, risaltano le differenze di motivazioni tra chi deve sopravvivere e chi deve preoccuparsi del superfluo. Brace viva, ardente, sopra grigia cenere. L’asse centrale resta sempre l’abbandono di culture defilate, costrette loro malgrado ad un adeguamento mainstream, unica alternativa concessa, una alternativa malata, cagionevole, storpia, che ha buone ragioni per essere «addomesticata», Nietzsche docet, ma che portano al loro interno i germi del futuro.

Titolo originale: Seule à mon mariage
Regia: Marta Bergman
Interpreti: Alina Serban, Tom Vermeir, Viorica Tudor
Distribuzione: Cineclub Internazionale
Durata: 122′
Origine: Belgio, 2018

 

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La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.4

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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