& Sons, di Pablo Trapero
Un melodramma sul rapporto padre-figli che si sviluppa a partire da un presupposto narrativo debole e assurdo. Con le ottime interpretazioni di Bill Nighy e Imelda Staunton. #RoFF20. Grand Public
In un romanzo, come in una sceneggiatura, non è mai semplice intessere una rete di sottili connessioni famigliari che legano genitori e figli dall’infanzia all’età adulta. C’è bisogno di empatia, calore, immedesimazione, ma alla base di tutto ciò deve esserci una storia che possa reggere il peso di relazioni così complesse e cariche di risentimento. Per il suo primo film in lingua inglese, Pablo Trapero prende spunto dal romanzo di David Gilbert dal titolo & Sons e affida la sceneggiatura alle sapienti mani della pluripremiata Sarah Polley. Le buone aspettative che potevano esserci considerati i nomi citati e l’ottimo cast a disposizione non sono state rispettate. I motivi di una resa così deludente non sono da ricercare soltanto nella dimensione narrativa.
& Sons racconta la storia di Andrew Dyer (Bill Nighy), un celebre scrittore da premio Nobel che, ormai decrepito, vive ritirato in una maestosa villa nella campagna inglese ascoltando dischi jazz e bevendo whisky, accudito da una governante svedese e Andy (Noah Jupe), il figlio ventenne avuto da una relazione extraconiugale che fu causa della separazione dalla moglie. Dopo la morte di un vecchio amico, Andrew si convince che la fine è ormai vicina e decide di convocare i due figli maggiori. Richard (Johnny Flynn), un ex alcolista e aspirante sceneggiatore che vive a New York e Jamie (George MacKay), artista e filmmaker. Il ritorno a casa sarà anche l’occasione per ricongiungersi con la madre (Imelda Staunton) che, al tempo, rimase “catatonica per un anno” dopo aver saputo della nascita del piccolo Andy. Il motivo della riunione famigliare non è solo rivedersi un’ultima volta, Andrew deve fare ai due figli maggiori una rivelazione sconvolgente che non può più tenere segreta.
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Al centro di & Sons c’è il tema della paternità e del rapporto padre-figlio visto da diversi punti di vista, principalmente quello del figlio maggiore. Un ragazzo cresciuto col mito del padre, sempre ad aspettare fuori dal suo studio e con mille domande da porre, fino al giorno in cui il padre non rispose più. Non deve essere facile convivere con una figura così ingombrante, soprattutto quando il tuo sogno è lavorare in quello stesso ambito professionale e chi ti avvicina vuole arrivare a tuo padre. Quale fine più ovvia se non l’alcolismo? Il figlio di mezzo era il più affettuoso, forse il più sensibile, ma col tempo, scontrandosi con l’indifferenza del padre, è diventato impassibile, distaccato. Ora utilizza la camera come protezione, come schermo, un modo per non affrontare direttamente la realtà e riviverla in un secondo momento dal display della macchina da presa. L’originalità della storia non è evidentemente nella caratterizzazione dei personaggi, ma nella trovata assurda che ribalta totalmente il rapporto tra i due fratelli e Andy. Andrew non ha mai avuto una relazione extraconiugale, Andy non è suo figlio, è un suo clone. Tutta opera di una setta di palingenetisti fondata da Alfred Nobel con l’intenzione di dare inizio a un nuovo illuminismo: “ho sentito parlare di un nuovo Einstein e un nuovo Shakespeare”. I due fratelli non credono a una parola del padre, ma è la madre a riconoscere in Andy quel giovane ragazzo brillante e spavaldo di cui si era follemente innamorata.
Lasciando da parte l’assurdità del fatto in sé e la follia di rovinare una famiglia e la salute mentale della moglie per soddisfare il proprio ego, tutto appare così confuso e poco convincente da lasciare completamente indifferenti. Gli autori avrebbero voluto commuovere con una storia intrisa di rimorso e senso di colpa, ma della vicenda di quest’uomo incattivito e misantropo fino al midollo non interessa proprio a nessuno. Trapero non riesce a raccontare la tragica storia di quest’uomo tramite delle immagini cariche del necessario pathos, al contrario si limita a seguire i dialoghi in maniera didascalica e fin troppo prevedibile. Un lavoro più attento è stato fatto sugli spazi e le ambientazioni; la villa decadente, polverosa e carica di rancore di Andrew si contrappone in maniera antitetica con la casa moderna, luminosa e piena di vetrate della madre. Proprio nell’incontro tra questi due magnifici attori, Nighy e Staunton, si trovano le scene migliori del film, ma è davvero troppo poco per un film con queste premesse.





















