SOUNDTRACKS – The Immigrant di James Gray

La narrativa dei grandi autori russi, da Dostoevskij a Tolstoy, sembra impregnare, con le loro storie di dolore e redenzione, aspirazioni mancate e sconfitte, l'intero cinema di James Gray. Una carriera ventennale la sua, iniziata con Little Odessa, promettente esordio del 1994 che gli valse il Leone d'argento a Venezia, caratterizzata da un esiguo numero di film, cinque in tutto, dedicata ad indagare il tema della famiglia in ogni sua sfaccettatura e connotata spesso da sfumature autobiografiche.

A fare da sfondo alle sue storie c'è sempre New York. Dal quartiere russo del suo primo film a quello ebraico di Two Lovers, la Grande Mela è stata coprotagonista e spettatrice silenziosa delle vite travagliate dei personaggi di Gray. Anche in The Immigrant, tradotto in italiano con C'era una volta a New York, “omaggio” neanche troppo velato all'epopea di Noodles firmata da Sergio Leone che sminuisce in parte il lavoro del regista di origini russe, New York è, come mai prima nella sua filmografia, al centro della storia di Ewa, infermiera polacca, e di sua sorella Magda e del loro tentativo di entrare negli Stati Uniti per ricominciare una nuova vita, lontane dagli orrori della Grande Guerra. Sogno che sembra infrangersi ancor prima di iniziare proprio ad Ellis Island, isolotto situato sul fiume Hudson che per anni è stato il punto d'approdo di milioni di migranti che lasciavano i loro paesi d'origine per tentare fortuna, quando Magda viene messa in quarantena per tubercolosi. Inizia così il calvario di Ewa che si lascia abbagliare dalle promesse di Bruno, presentatore di spettacoli di burlesque e protettore, che illude di poterla aiutare a pagare le spese mediche della sorella, inducendola inizialmente ad esibirsi nei suoi spettacoli fino a costringerla a prostituirsi. Ewa è dunque un'eroina tragica che, per amore della sorella, unica famiglia ormai rimastale e unico legame con la terra che ha lasciato, scende a compromessi, arrivando ad odiare se stessa, e la vita nella quale è intrappolata, vittima, come tanti prima di lei, del sogno americano del quale il regista ci mostra il risveglio traumatico. Quello di Magda, che potrebbe distrattamente sembrare un ruolo marginale, quasi sempre fuori dalla scena, è in realtà un personaggio chiave, motore delle azioni di Ewa, pronta a sacrificare la sua dignità per un bene maggiore.

 

Come per gli altri protagonisti dei film di James Gray, Ewa deve attraversare un sentiero melmoso, in questo caso saturo di corruzione, prostituzione e menzogne, pur di giungere ad una qualche forma di rivincita, compromesso o espiazione finale, come se tutto il male e le perdite che questi personaggi subiscono siano una forma parziale di purificazione. È così per Joshua, il sicario di Little Odessa, che paga a caro prezzo il suo stile di vita con la perdita del giovane fratello innocente, o per Bobby di We Own The Night, che da gestore di locali affiliati alla mafia russa si reinventa poliziotto per vendicare la morte del padre. Primo film in costume per Gray, The Immigrant è, a detta stessa del regista, un omaggio all'opera lirica e al melodramma, incentrato, per la prima volta nel suo cinema, su un personaggio femminile che prende ispirazione dalle tragiche vicende delle protagoniste delle opere liriche di Giacomo Puccini o Giuseppe Verdi, dai quadri del pittore George Bellows (omaggiati dalla fotografia color seppia di Darius Khondji) e dalle foto di Lewis Hine che ritraevano i migranti approdati ad Ellis Island. Non a caso la colonna sonora del film, oltre alle musiche d'accompagnamento classiche degli spettacoli dal vivo degli anni '20, è colma delle note dei grandi compositori italiani, tedeschi (Richard Wagner) e francesi (Charles Gounod). Per le musiche, Gray, si è rivolto nuovamente al compositore Chris Spelman con il quale aveva lavorato, in veste di consulente, in The Yards e We Own The Night, sebbene le musiche originali fossero rispettivamente di Howard Shore e Wojciech Kilar. Per i brani non originali Spelman gioca con l'ambientazione spazio/temporale del film e l'estrazione sociale dei protagonisti. Brani di Blondie (Heart of Glass), The Specials (A Message To You Rudy) o David Bowie (Let's Dance) fanno da sfondo alle serate a base di droga, partite a poker e notti trascorse nei locali daBobby e Amanda. Lo stesso vale per The Yards, ambientato nel Queens, con brani rap come R.E.A.L.I.T.Y di Krs-One o dalle sfumature funky di I Can't Wait to Meetchu di Macy Gray. Il seme della contaminazione operistica, successivamente sbocciato in The Immigrant, Gray e Spelman lo introducono nella colonna sonora di Two Lovers. Il film, omaggio al racconto Le Notti Bianche di Dostoevskji e alla sua eccezionale trasposizione cinematografica ad opera di Luchino Visconti, pone le basi musicali, con brani tratti dalle opere di Puccini, Gaetano Donizetti o dalla Cavalleria Rusticana di Pietro Mascagni.

 

 

Un filo diretto che arriva fino a The Immigrant e raggiunge il suo apice con la scena dedicata all'esibizione di Enrico Caruso, interpretato dal tenore Joseph Calleja, per i detenuti di Ellis Island. Una stratificazione di ispirazioni, dunque, che si intrecciano con altre pellicole. Impossibile non vedere nel volto senza tempo di Marion Cotillard un omaggio ai primi piani del cinema muto, nelle inquadrature della Statua della Libertà vista da quell'isolotto metafora di rinascita o nel garofano rosso appuntato all'occhiello di Bruno un richiamo a Il Padrino di Coppola. Tutte queste citazioni letterarie o artistiche passano però in secondo piano se ci si sofferma a pensare al significato di The Immigrant nella filmografia di Gray. Le traversie della giovane polacca sono in realtà la sintesi del cinema del regista che indaga la famiglia e i suoi legami interni, ma sopratutto il dualismo conflittuale insito nei suo personaggi, tutti americani con le radici però ben piantate nel Vecchio Continente, sempre in bilico tra queste due realtà. Una fine che sembra un inizio.  Un personale nastro di Möebius, un eterno déjà vu.