SPECIALE A STAR IS BORN – I fili nascosti

Ally non è più Mrs Norman Maine. Non lo era già più la Esther di Barbra Streisand, figuriamoci Lady Gaga nell’Annus Domini del #metoo. La presunta parabola di Cenerentola (raccontata negli anni Trenta, Cinquanta, Settanta e ora, nel nuovo secolo) a cui verrebbe aggiunta la postilla in cui il principe, dopo averle fatto calzare la scarpetta, la fa sentire in colpa per non essere più coperta di stracci, viene tradita già dalla scelta di una self-made woman come Stefani Germanotta, artista a tutto campo, musicista, autrice, interprete, personaggio, star già fatta e finita.

Non si può né si deve prescindere dalla dimensione para-testuale che da sempre accompagna questo pamphlet sulla coppia e sul divismo. Così come la traiettoria di Vicky Lester veniva resa ancor più drammatica dalle traversie private della sua interprete Judy Garland, la vera autodistruttiva Norman Maine, la cui disperazione per il destino del consorte appariva tanto più sconcertante perché rivolta prima di tutto a sé stessa, nella scelta di Cooper di decostruire Gaga per costruire una nuova star appare chiara la centralità attribuita alla figura femminile, dotata per la prima volta di un background (un padre ex crooner malato di celebrità…) e presentata in parallelo all’artista maledetto, non più oggetto partorito dalla sua immaginazione, ma personaggio preesistente e autonomo. E la stessa rivelazione di Ally a Jackson, in un locale di drag queen che pare ridefinire necessariamente la nozione di maschile/femminile, è emblematica di questa ricerca di identità della donna, “gay girl”, figlia, moglie, diva pop.

Per questo, A star is born non ci pare assolutamente una questione di modelli patriarcali: nessuna delle versioni si è mai vergognata di mostrare dei maschi pavidi, insicuri e inadeguati di fronte a una donna di talento, affidandogli il ruolo di facilitatore di una carriera altrimenti impedita da ferree e ingiuste prevaricazioni. In tutte le sue varianti, l’opera è sempre stata intuitivamente femminista prima che il termine acquistasse nuova linfa e consapevolezza, quantunque inquinate da una cieca isteria.  Vederlo in questo modo sarebbe riduttivo: è un film d’amore e l’amore in quanto sentimento pervasivo e ossessivo vive anche degli istinti più bassi, non addomesticabili dal politicamente corretto. Il gender è una conseguenza, non la causa.

Il fatto, crudo e semplice, è che una stella nasce ogni qualvolta il nostro riflettore si accende e illumina la persona amata. Quel fascio di luce abbagliante che azzera l’oggettività e la ragione e ci rende puro istinto, fragilità, emozione. Bradley Cooper e Lady Gaga, come i magnifici James Mason e Judy Garland prima di loro (salto a piè pari il duo Streisand-Kristofferson, freddi protagonisti di un mélo senza primi piani, al di fuori di ogni intensificazione drammatica) restituiscono il dolore sincero di un sentimento estenuante che prima esalta e poi distrugge, regala vibranti scariche di adrenalina – tanto da supplire in tutto e per tutto alcol e droghe – per poi smarrirsi una volta che le luci si spengono e il silenzio si sostituisce alle urla del pubblico, ai riverberi delle chitarre, agli acme musicali.
In questo senso, A star is born è un film sulla fragilità della coppia e dell’individuo, quanto mai attuale e necessaria. Cresciuti con la “pedagogia sainteuxuperiana” del Piccolo Principe, abbiamo imparato che amare significa essere attratti da una creatura selvatica per poi cercare di ammansirla, addomesticarla, ridurla a qualcosa di rassicurante per i nostri bisogni.

Lo scorso inverno, già P.T. Anderson con Il filo nascosto aveva colto questa relazione di dominio, seppur in un film agli antipodi rispetto a quello di Cooper, raccontando con piglio chirurgico e glaciale l’avvelenamento condiviso della coppia: “ti voglio debole e poi di nuovo forte” è il gioco mentale, crudele, ancorché nutrito da bisogni e mancanze ancestrali, che tiene in vita la relazione amorosa.
Bradley Cooper, però, non parla alla testa, ma al cuore, alla pancia. Il suo filo non è nascosto ma ben teso di fronte ai nostri occhi. Come le ballad da profonda provincia americana del suo Jackson Maine, racconta il dolore dell’impossibilità di un sentimento, ché “love isn’t enough”, come diceva Vicky Lester, e il mutare dell’amore in gelosia, possesso, umiliazione fino alla distruzione reciproca, che diventa però l’attimo da sublimare in un primo piano con sguardo in macchina: l’ultimo movimento di un autore e della sua star, che da esordienti incoscienti si cuciono addosso un’opera di un’intensità quasi insostenibile, in cui il passato riemerge nell’oggi a ricordarci che abbiamo ancora bisogno di un’anima, anche se fa male.