SPECIALE A STAR IS BORN – Nobody knows what awaits for the dead

Le chitarre non vendono più, saranno un paio d’anni che circola la voce, in radio non senti più assoli o ampli distorti, i giovani allora preferiscono imparare a suonare sulle manopole dei sintetizzatori, Gibson e Fender sono in grande difficoltà, e così via. Jackson Maine sembra conoscerla bene, questa verità, ogni volta che sul palco rimette in moto sempre uguale, come una maledizione, il rituale di massa del rock da arena, le teste basse con il sudore che goccia dai capelli lunghi finiti davanti alla faccia, e il manico della chitarra inforcato come una lama di spada per duellare contro quella di Lukas Nelson, figlio di Willie e attuale braccio destro di Neil Young, responsabile del sound della band del film di Cooper. A chi interessa ormai una concezione simile (è la stessa domanda che, astraendo, viene posta da parecchi alla natura intera dell’esordio dell’attore)?
E’ probabilmente anche per questo, che Jackson capisce da subito che non potrà più fare a meno di Ally: perché a Lady Gaga non servono chitarre, come dimostra infatti nella pazzesca sequenza in cui si esibisce senza accompagnamento per Maine nel parcheggio del deli store notturno.

La vera star ad essere reborn (come Dylan nel periodo cristiano) è qui proprio Jackson, con uno slittamento importante in confronto ai prototipi di questa storia: è al rocker che serve una rinascita, esistenziale ma anche professionale, possibile solo grazie al patto siglato da Ally con le modalità dello spettacolo pop(olare) – a conti fatti, e per quanto il musicista la accusi di aver perso la propria autenticità, è Ally il personaggio a mostrare il comportamento più limpido e paradossalmente onesto: d’altronde, è nei camerini di uno show che l’uomo la scova, all’inizio.
Il rock’n’roll è morto, ragazzi, ma non è la fine (del film): e a dimostrare l’anima immensa dell’opera di Cooper basta proprio questa consapevolezza che il Mito non vada seguito, emulato quanto rifondato, ridisegnato, forse addirittura resuscitato, e che l’unica maniera di farlo è quella di allontanarsi il più possibile dall’apologia del talento necessario così cara alle narrazioni dei nostri tempi, della fabbrica di straordinarietà programmatiche e “in purezza”.

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Abbiamo bisogno di altre virtù, non di quelle canore e dei nasi diritti, ce lo dice già la notte infinita della prima, miracolosa sezione di film, forse la mezz’ora più bella e luminosa di tutta Venezia75, con quella sensazione di sospensione e sincerità brutale, tenerezza e intorpidimento che conosce chiunque abbia fatto l’alba per le strade deserte di città con una persona con cui provi quelle connessioni fortissime ed evanescenti, possibili solo a quell’ora. Un’atmosfera che serve davvero a chiarire da subito che questo non è un nuovo racconto sulla strada verso il successo dell’ennesima fuoriclasse del bel canto: no, qui la musica è da un’altra parte, dispersa e trattenuta tra le immagini e certi scambi di gesti e sguardi tra i personaggi, di pura elettricità statica.
Maybe it’s time to let the old ways die: anche se si racconta che sia stato Eddie Vedder ad insegnare il portamento da rockstar a Bradley Cooper, la parabola del suo Jackson appare in quest’ottica abissalmente più vicina alla tragica storia di Chris Cornell, per restare a Seattle, e del periodo in cui flirtava con l’elettronica più danzereccia e dissennata insieme a Timbaland.

Il disco si chiamava Scream, e fummo in pochissimi a perdonarglielo all’epoca, lo guardavamo nei videoclip come Maine strabuzza gli occhi davanti alle esibizioni in tv in tutina di Ally. Uno impara poi con gli anni come a volte basti allontanarsi dall’acqua bassa per rendersi conto che sotto la superficie i fondali battano al ritmo di un cuore che finché può e riesce si aggrappa contro le correnti. Come certe esibizioni acustiche proprio del repertorio di Scream che ti lasciano senza fiato ancora oggi, che non metti su musica con le chitarre distorte da un pezzo:

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