SPECIALE A STAR IS BORN – Sound Barrier

Tutte le storie sono storie d’amore. Bene, e adesso che l’ho detto, come potrei procedere? C’è un suono in questa frase che trova una barriera nel nostro cuore, ancor prima che in un timpano malandato. La parola “storie” si ripete due volte, ma credo si ripeta all’infinito, parafrasando Borges. D’altronde la colpa di chi è? Di nessuno, forse, ma se proprio dobbiamo trovare un colpevole, è probabilmente di colui che per caso o per destino la conduce sino alla fine. Beh, il destino è la nostra grande domanda, il caso è semplicemente una piccola risposta ed è come ritrovarsi nell’ultimo bar della notte, dopo l’ennesimo concerto e l’ennesima tempesta di alcol e droga. Il caso è la nostra rabbia, è dietro l’angolo, un angolo buio che potrebbe farsi rosa; il destino segue il dolore, l’unico viaggio ad elevarsi, per superare il muro del suono, per lasciare andare la patetica e a volte insostenibile condizione terrena. Quanto sente davvero ancora Jackson, dopo ogni sibilo uditivo? Evidentemente, da un certo punto in poi della storia, intende solo poche parole e qualche frase compiuta, il resto è fatto di frammenti, refrain, accordi e svisate, contrappunti, tagli.

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Dov’è andata a finire la canzone scritta per lei? Prima di posare le dita sulla tastiera c’è un taglio di montaggio e niente più. Poi, per incanto, ritorna alla fine, nell’ultima esibizione di lei, con l’inquadratura a riprendere sempre prima il pubblico, come in un infinito backstage. Cosa sanno di loro stessi? Ally, donna di ieri, stanca e struccata, lui la troverà. Cosa fa batter il loro ed il nostro cuore? Frasi sdolcinate, dialoghi sbilenchi, personaggi improbabili, atmosfere mélo, cromatismi d’urto, insomma, un’immagine, forse un modo di… superare il muro del suono, superare il visibilio, ebbro di paillettes e lustrini, farsi imprestare la propria faccia, pur dopo essersi pisciato addosso in mondo visione. Offrire al pubblico una maschera, che ti guarda come a carnevale, e poi palpitare e distinguersi nella vecchia passione e nella tentazione di essere, perché una stella non possiamo mai vederla nascere davvero, ma soltanto cadere. E quando scorgi la scia discendere, giusto in quell’istante, sei ritornato al di qua del muro del suono e sale la nostalgia di un’ingenua maglietta bianca, dietro le quinte, incantata da un artista fortissimo, ingolfata di sound e di lacrime.

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Si deve di tanto in tanto commettere un tradimento verso se stessi, e cioè riconoscere dentro di sé l’impossibilità di un’impresa e poi trarne le debite conseguenze? Perché ci piacciono tanto di più le persone che non ne sono capaci, quelle che, per così dire, si ammazzano per troppa fede? La fede incrollabile dell’esordiente Bradley Cooper regista è palpabile nell’istante in cui dirige i suoi personaggi come ognuno valesse per sé, grazie alla propria storia, non alla storia; a ognuno spettano tutte le sue metamorfosi. Bradley Cooper non gioca alla leggera con la distruzione, fatica a separarsi dalle pupille di Jackson e Ally e quando una stella cade, alza il muro, abbassando una saracinesca, e la maledizione del dover morire finirà per diventare un desiderio, una benedizione: che si possa ancora morire quando vivere è insopportabile. L’amore può essere semplicemente una corda mi cantino al dito, la vita, a volte ed ineluttabilmente, al collo.