SPECIALE AL DI LÀ DELLE MONTAGNE – 1999, Vorrei sapere…

Mi interessa sempre più indagare la funzione
del cinema come memoria,
il modo in cui registra la memoria,
il modo in cui diventa parte della nostra esperienza storica.” Jia Zhang-ke

 

In una piccola sequenza di I Wish I Knew (dispersa in quel meraviglioso fiume di immagini) Zhao Tao vaga per una metafisica Shanghai in ricostruzione (in occasione dell’Expo 2010) rifugiandosi in un cinema e guadando da sola un film del 1964. Stage Sisters di Xie Jin. Improvvisamente sullo schermo compare Shangguan Yunzhu, famosissima star del cinema cinese anni cinquanta e Tao ha un sussulto: sente che dal passato sta premendo qualcosa su quell’immagine, esce di corsa dalla sala, proprio non ce la fa a resistere immobile su quella sedia, perché la vita sta prendendo il sopravvento ma il cinema la segue come un fantasma. Solo adesso Jia Zhang-ke stacca e fa partire la vera testimonianza del figlio di Shangguan Yunzhu che ci racconta il suicidio della madre perché controrivoluzionaria e ormai depressa sul finire degli anni sessanta. Il cinema diventa un abissale dispositivo di memoria incarnato da un medium-corpo (Tao/musa/compagna/star/bellezza/donna/madre/speranza/passato/futuro… ma soprattutto presente) che crea costantemente immagini dal suo movimento nel mondo.

Questo abbagliante Al di là delle montagne, allora, è il film dello svelamento definitivo, dell’annientamento totale delle barriere del tempo che coesistono tutte in una singola immagine: dal paziente pedinamento dei corpi (Platform) alla gabbia dei simulacri del mondo (The World) sino alla liminale testimonianza degli spazi-in-muazione come forma organica (Still Life), raggiungendo qui una miracolosa semplicità narrativa e di immanenza sentimentale (qui e ora si spostano le montagne…). Ecco: se Platform iniziava su un palcoscenico nella Fenyang del 1979 dove un treno coreografato perfettamente scortava il Presidente Mao in una sala gremita e plaudente; Al di là delle montagne inizia con un trenino scatenato e sregolato che dal 1999 di una discoteca guarda a Ovest, accompagnato dalle note di Go West cantata dai Pet Shop Boys che torna ossessivamente come catalizzatrice di memoria popolare. Jia in questo primo segmento ricorda il suo cinema-piattaforma di inizi carriera e ce lo fa guardare in 4:3 (come in verità non era) perché quello è il “formato” del passato come la memoria condivisa lo percepisce oggi nel presente. Il fiume della storia erode il tempo e ne modifica le coordinate, cambiando i connotati al cinema ma non al sentimento della musa Zhao Tao, che oggi come allora continua imperterrita a guardare oltre l’inquadratura (formula del pathos ricorrente e ossessiva nel cinema di Jia, mutuata dal maestro Fei Mu, in una Primavera in una piccola città che torna sempre) e a ricordare ogni evento che gli sta accadendo intorno (Vorrei sapere…).

zhao tao

Zhao Tao in “I Wish I Knew” (2009)

Questa donna che sceglie con difficoltà la Cina del futuro, quella del capitalismo clientelare e di un figlio chiamato Dollar, mandando in esilio la platform del passato come un fantasma a premere sull’immagine, è una immensa lezione su come il cinema possa trasfigurare e nello stesso tempo testimoniare la Storia. Mescolare i ricordi nelle cicatrici delle immagini (Cry me a river…) e illuminare un possibile futuro (evadendo oltre i simulacri di The World) solo con gli strumenti primi del cinema: dopo lo straziante addio all’innamorato Liang (che incarna le tradizioni della vecchia Cina) erompe improvvisa l’immagine di un camion di carbone sospinto da operai, immagine d’archivio girata chissà dove, chissà quando, in un montaggio tra il destino di Liang e quello di un popolo-tutto, una dialettica tra il singolo e il mondo, tra il personaggio e le persone. E tutto questo scaturisce solo dai sentimenti contingenti di Tao che vive, “sente” e produce il cinema di Jia.

Il 1999 è ancora il tempo del sogno, dell’ipotetico I Wish I Knew. Un lungo segmento posto prima dei titoli di testa del film, ancora al di qua delle montagne, un vortice di memoria nell’ennesimo vorrei sapere di Jia proiettato sul mondo. Silenzio ora: Zhao Tao sta guardando ancora in fuori campo, proprio in questo momento, mentre appaiono i titoli di testa di uno dei più bei film del decennio. Che il presente abbia inizio: “Mountains May Depart. A film by Jia Zhang-ke.”