SPECIALE AL DI LÀ DELLE MONTAGNE – 2015, Go West…

Le montagne possono spostarsi, sarebbe la traduzione letteraria del titolo originale. Ecco, appena scoperta questa verità, è ripartito, si è riavvito un altro fim, un’altra storia. Ma Truffaut è presente tra realismo e metafisica dello sguardo? Bene, se proprio non fosse un Jules e Jim giallo, poco ci manca e i Pet Shop Boys potrebbero testimoniare l’affinità elettiva e forse inaspettata. Tensione continua tra fondo e sfondo, lotta continua con l’oppressione della civiltà… dell’immagine, fordiano incastro visivo di corpi e la vita che scorre immobile. Il progresso è una minaccia, in un “touch of zen” avanguardista. Le città inghiottite dalle gole fameliche di Still Life, il lusso che si frappone all’oblio di 24 City, le trasformazioni fagocitanti di Shanghai in I wish I knew, con sguardo disincatato, aspro, frontale, selvaggio. Lo spirito dello spazio e del tempo sembrano muoversi alla stessa velocità della materia immagine. All’inizio di un’esplorazione, per un bisogno di trovare visioni d’insieme stratificate nelle tracce lasciate dalla storia, e, ancora, angoli periferici rimembranti e parziali, in cui perdersi nella poesia della manualità cinematografica, nella tormentata fatica a resistere. Cinema spirituale (come quello di Kitano) che non è propriamente un sogno e neanche un fantasma, a volte vicoli ciechi dell’immaginario, ma il dominio di una scelta esistenziale, di una caparbia e, al tempo stesso, sconvolgente sensualità di sguardo. Microcosmi, sugli spazi stretti, desolanti e scomodi. Sempre corpi in tensione: lo spazio è fatto di intercapedini che si aprono alla precarietà dello sguardo nel cinema, il tempo è in un altro tempo, lotta per fermarsi ma è stravolto dalla natura, dall’uomo. Ancora una volta, sembra di restare fermi ma in realtà si è sempre in bilico, vibrando tra l’astratto e il materico, nel parco d’attrazione digitale che abissa il moderno e annichilisce il reale.

mountains-may-departLe montagne quindi potrebbero spostarsi, “go west” sembra proprio il grido stridente e in contro –movimento, per un’immagine soft che la Cina vuole dare di sé al mondo, compenetrante così l’aspetto più hard a cui il paese non può rinunciare, essendo entrambi componenti essenziali del suo presente. Se Confucio non va alla montagna, la montagna va…passato e futuro, in un presente che insegue sempre più il principio di armonia che lega il cinema in modo indissolubile alla realtà degli uomini e alla sfera della natura, dell’universo, del divino. Jia Zhange-ke coniuga il vivere quotidiano con la sfera spirituale dell’eterno, attraverso una liturgia laica tendente alla creazione di un sistema senza preclusioni metafisiche. Jia, figlio legittimo della globalizzazione del cinema, viaggia tra i terminali del visionario quotidiano e dell’ordinario onirico. I rumori della metropoli ipertrofica si perdono nel silenzio di paesaggi non virtuali come in The World, “terre” in miniatura dove si rischia di diventare fantasmi a forza di starci tutto il giorno. Jia, resuscita la natura morta, riesce a trovar vita anche tra le macerie e la polvere dell’esistenza. Non è cinema parallelo ma cinema di preparazione e azione, dove i mondi si muovono nello stesso spazio. È lo spazio desiderato, angusto, agognato che senti di cercare, per una terra che sembra saper far scivolare addosso le ingiustizie, la pioggia insistente, gli squarci della terra che divorano l’opera dell’uomo moderno stratificata nel passato millenario. È cinema che pulsa nell’istante stesso in cui la realtà si rivela, come quando sulla barca della traghettata, da una sponda all’altra, si cerca un angolo dove sedersi e mangiare, dove poter essere in contatto con il respiro del cinema. Rossellini lo vedi accendere quei fuochi d’artificio di fine anno, o le luminarie della città incorniciata. Herzog lo senti scivolare tra l’ambigua implosione, viscoso riverbero globalizzante (tutto il mondo in miniatura) di esseri che ridono e piangono.

mountain-mayÈ cinema altro: si è dentro/oltre il cinema stesso. Plumbeo è a volte lo schermo e il fuori dell’inquadratura non è escluso, esiste e si annuncia, come per Jean Marie Straub, dove il cinema si fa coscienza della mortalità dell’uomo, ma non della sua immagine, fremito di “divina voluptas”, tra gli spazi celesti e la terra. Il movimento continuo ci salverà, tra l’archeologia industriale che fonde catene di montaggio antopologiche. Ossimori visivi che stavolta esplodono più che implodere, come quel palazzo in Still life. L’archeologia industriale di Jia Zhang-ke è indagine della vita valoriale del tempo. Jia, al di là del capolavoro, rincorre una riattualizzazione procedurale e interattiva delle storie individuali di cui si compone l’archivio non scritto di singole comunità. Nella serie di installazioni che va sotto il nome di “Portatori di storie”, un pezzo di tessuto urbano, come la parete esterna di un edificio, viene trasformato in un grande schermo sensibile (un touch wall ipotetico, si potrebbe dire), recante le immagini di persone in transito che possono essere fermate con un touch of the sin e invitate, con questo gesto, a raccontare una storia o a proporre una riflessione personale su un luogo o su un tema. Questo non è cinema, forse è di più, o di meno… Ma in una prospettiva ancora in fase progettuale questo fantastico work in progress prevede che lo spettatore possa liberamente decidere di intrecciare o contrapporre a quanto ha appena ascoltato altre storie e altre riflessioni, in una complessiva strategia di riorganizzazione esperienziale dell’archivio: una interminabile conversazione sul passato e sul presente resa possibile dalle risorse specifiche dell’immagine elettronica e le sue versioni. Jia Zhang-ke ci destina all’eterotopia: vivremo luoghi nei quali abita l’altrove, molto concretamente. Vivremo luoghi in cui coesistono diversi spazi, virtuali e reali, diversi tempi che rompono con il tempo diacronico, caratterizzato dalla successione del prima e del poi. Ma queste eterotopie potranno essere completamente illusorie, simulazioni più reali del reale, scioccanti e insieme anestetizzanti, oppure potranno restituirci l’immagine che brucia. Ma questa è forse, più che eterotopia, una eteroutopia, un luogo in cui l’hic et nunc di un’esperienza irripetibile diventa di nuovo spazio-tempo possibile, presente.