SPECIALE BLACKHAT – Spettri del Sé e corpi dell'Altro

michael mann

Lo sguardo di Mann colpisce il cuore del nostro tempo, epoca di bulimia di un occhio insaziabile di pulsioni/emozioni che non riesce più a decodificare, di visioni che producono solo ombre e fantasmi. Da Sentieri selvaggi Magazine n.16

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IL NUOVO SENTIERISELVAGGI21ST #9


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Due motociclette scagliate a folle velocità lungo le vie notturne di una Miami trasparente ed iper-reale. Un poliziotto ed un rapinatore che si cercano continuamente anche se si sono già "trovati", fin dalla prima inquadratura. E poi ancora, ma potremmo continuare all’infinto, i frammenti di sguardi fra un ex agente ed un feroce serial killer, l’incontro fra gli "spiriti" così lontani ma così vicini di pellerossa e visi pallidi, le corde tese del ring dell’ultima sfida fra Mohammed Alì e George Foreman: il cinema di Mann sembra ossessionato dal numero "Due", dalla eterna contrapposizione fra l’io e l’altro, da una perenne lotta per il "riconoscimento" che alimenta come fuoco ardente tutti i film del regista.

 

Archetipi antropologici – la vendetta, l’amicizia virile, il rispetto, il sacrificio, la sfida – rivitalizzati da uno stile che riscrive la "classicità" attraverso la serialità del postmoderno: così, spesso, è stata descritta l’opera di Mann, in bilico fra la passione per la creazione di nuove forme dell’occhio e l’irresistibile attrazione verso l’epoca d’oro di Hollywood – l’esperimento di Nemico Pubblico del 2009 punta dritto in questa direzione… Eppure dentro queste sequenze, forse addirittura fra le pieghe di ogni singolo fotogramma, pare esserci qualcosa di più, piccole discrepanze, vuoti della memoria, presenze fantasmatiche che "falsano" la visione proiettando lo sguardo in un altrove che assomiglia ad un "fuori/campo" sempre rigorosamente "dentro/campo" di ogni immagine ("Dietro la verità"?). Ecco, mai come questa volta, più che di corpi è questione di "spettri", di revenants, direbbero meglio i francesi, di qualcosa che ritorna ossessivamente, sempre e nonostante tutto. Ma come percepire l’impercettibile? Come catturare il "Terzo" aereo che si nasconde oltre le immagini turbando la logica del "Due", dell’incontro/scontro fra corpi filmici? Per afferrare l’inafferrabile bisogna stendere reti sulla superficie del visivo, lasciare che il fantasma "prenda corpo", filtrando gli elementi primi di ogni inquadratura: lo spazio ed il tempo. Perché è qui che il grande Terzo si manifesta, è sulle onde dello stile che il revenant inizia a "riscrivere" le "antiche" categorie sensoriali dello spazio e del tempo ("the time is out of joint" amava ripetere il Poeta a proposito di spettri…).

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manhunterSe osserviamo solo la superficie delle immagini di film come Manhunter, Miami Vice o Insider, percepiamo subito l’assordante pressione della durata sui corpi dei protagonisti. Non si tratta solo di dilatazione dei ritmi narrativi, ma di un eterno presente che domina ogni istante della narrazione, un qui ed ora che stringe i corpi nel turbine di una narrazione apparentemente senza "pieghe" né curve. Ma, appunto, si tratta solo di mera apparenza, perché all’improvviso ecco che appare il "fantasma", ecco che uno Spirito sconvolge le precise geometrie del montaggio o gli avvolgenti movimenti della macchina a mano. Nulla è più come prima: il tempo "ruota" sui suoi cardini ed apre finestre affettive, rinviando a vite altre ed ipotetiche, schiudendo dimensioni "passionali" appena accennate, lasciate furtivamente trasparire dalla filigrana delle immagini. Mentre lo spazio, questo sì, inizia a dilatare i suoi confini, precipitando nella notte buia di una Los Angeles metafisica, perdendo ogni geografia e divenendo lentamente luogo dell’anima dove "ritornano" emozioni e pulsioni primordiali.

 

collateralAncora archetipi, ma non vuote figure o semplici riscritture di codici filmici: il cinema di Mann diviene "attuale" proprio quando lascia manifestare quei fantasmi (sensazioni, emozioni, percezioni…) che "spezzano" la logica del Due lasciando manifestare il Terzo, il grande Altro. Una pulsione primordiale dove ognuno si specchia nell’Altro alla disperata ricerca del proprio Spirito – di un sé "interiore"? L’unico vero Nemico? – per poi perdersi definitivamente o scoprire altri sé, possibili dimensioni del sentire o del divenire. Un ripetersi dell’infinitamente Altro che si perde anche attraversando il cinema e le sue storie, "(ra)doppiando" le icone della Hollywood "classica" (Nemico Pubblico) o, ancora, producendo serialità che ripete la serialità del post moderno (Miami Vice): uno "specchiarsi" continuo di corpi nelle inquadrature e di inquadrature di corpi lungo il ripetersi ossessivo del cinema, la "ripetizione" dell’identico da cui scaturisce inevitabilmente l’Altro, il fantasma. Ovvero quest’aura che avvolge ogni figura, che la rende "impercettibile" ai nostri occhi, come se dietro l’iperrealismo dello sguardo ci sia sempre un altro corpo, un’ombra che sfugge ad ogni visione razionale alterando il senso della percezione. Vedere tutto, vedere troppo, per non vedere mai l’essenziale (ammesso che ancora vi sia qualcosa di "essenziale" nel cinema di Mann…). Essere catapultati in un presente così vivido da sembrare allucinatorio, vivere uno spazio che sembra non avere confini, ma non riuscire più a conoscere veramente il corpo che abita ogni singolo fotogramma: è qui che lo sguardo di Mann colpisce il cuore del nostro tempo, epoca di bulimia di un occhio insaziabile di pulsioni/emozioni che non riesce più a decodificare, di visioni che, nella disperata ricerca di rivelare ogni particolare degli uomini e delle donne che le attraversano, producono solo ombre e fantasmi. Capita così che, in un cortocircuito cerebrale, le immagini di un vile attentato terroristico compiuto in pieno giorno in una Parigi "illuminata" dagli occhi digitali finiscano per assomigliare fin troppo ad un altro ipotetico film di Mann, sembrando addirittura meno "vere", spiegando tutto senza mostrare effettivamente nulla (Cosa abbiamo visto? Abbiamo visto davvero qualcosa? "Tu non hai visto nulla a Sarajevo" amava ripetere Godard qualche anno fa…); mentre il volto di una terrorista appare/scompare dalle immagini di mille telecamere di sorveglianza per poi finire, forse, in un campo d’addestramento della jihad: corpo dell’infinitamente Altro dissolto in spettro del nostro presente da giochi di sguardi ed artifici del montaggio.

 

miami viceAncora immagini ed "impercezione" di corpi, il "Reale" con le sue misere verità, ed il cinema con i suoi "falsi" (F for Fake…), macchina "ectoplasmatica" per eccellenza che ci rivela, ancora e sempre, che il presente non ha più nulla di simbolico e metaforico, ma è questione di superfici, ombre, contorni e piccole percezioni che appaiono e fuggono subito via… Come in un film "spettrale" di Michael Mann.

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