SPECIALE DARIO ARGENTO – Dolci freaks della periferia americana: "Trauma"

traumaInterpreti: Piper Laurie(Adriana Petrescu), Asia Argento, (Aura Petrescu), Christopher Rydell (David Parson), Federic Forrest (Dr. Judd), Brad Dourif (Dr. Lloyd), James Russo (Travis), Laura Johnson (Grace Harrington), Dominique Serrand (Stefan Petrescu), Hope Alexander-Willis (Linda Quirk), Ira Belgrade, Terry Perkins, Peter Moore, Rita Vassallo, Stephen D'Ambrose
Durata: 106’
Origine: Italia/USA
Distribuzione home video: Cecchi Gori

Quelle strane ragazze che abitano in fondo al viale

Trauma è un episodio particolare della carriera di Argento. In primo luogo può nutrirsti della differenza tra il filmare il corpo della propria donna (Daria Nicolodi, ultima apparizione in Opera, a parte La Terza Madre) e quello della propria figlia (Asia, per la prima volta diretta dal padre in Trauma). Lo sguardo di Argento, in un film che è stato egualmente criticato o amato per il suo particolare carattere romantico, diventa a ragione poetico e delicato nel filmare il complesso nodo tra sesso e innocenza che si porta dietro un corpo in crescita, e per di più un corpo familiare: a proposito di questa, e soprattutto delle esperienze successive in questo senso, Dario ha espresso questa riflessione: «Ho filmato Asia mentre cresceva. Ogni film è una tappa ancora più conturbante. Girare le scene di sesso era molto imbarazzante per me e per lei. Ma è interessante.. Ho fatto una specie di diario su di lei […]» (Jérome Larcher e Nicolas Saada, in Cahiers du Cinéma n.532, 1999), e nello stesso senso si è espressa anche Asia: «Ero terrorizzata all’idea di lavorare con lui. Era stato molto duro con Christina Marsillach in Opera e temevo di ritrovarmi nella stessa situazione […] è stato interessante vedere come la nostra reciproca fiducia funzionava, come i rapporti istintivi che esistono tra un padre e una figlia possono generare un’intesa quasi perfetta sul set.» (Mad Movies n.87, 1993). Ebbene nel 1993 il cinema di Argento si sposta su un territorio di confine, portandosi verso una forma di realismo, benché onirico; e anche il corpo della protagonista di Trauma è doppiamente in transizione: Asia, diciottenne, interpreta Aura, sedicenne che in più tenta di disincarnarsi attraverso il rifiuto del cibo, inscritta nella tradizione dell’adolescente abbandonata, sola per disgrazia o per ribellione, virginale e indifesa, oppressa da sogni velatamente incestuosi e capace di trovare dentro di sè (o di rivolgere contro di sè) una forza sconosciuta: la sintesi di apertura alla vita in tutte le sue forme e blocco ermetico dovuto alle proprie paure che è un corpo incompiuto, e la delicatezza naif mista alla fantasia orrorifica con cui Argento cerca di filmare questa sintesi, fa pensare alle atmosfere sognanti e inquietanti insieme di Quella strana ragazza che abita in fondo al viale (bizzarro e bel libro di Laird Koenig, e film del 1977 con Jodie Foster) in cui una villa del Maine, apparentemente abitata da uno scrittore e sua figlia, nasconde ordinari segreti, non meno che il castello “stregato” in cui Aura viene ricondotta a forza, e dalla cui finestra si affaccerà come una principessa rinchiusa nel tentativo di richiamare a sé la madre che scappa dopo la seduta spiritica; nella figura di un’adolescente come Aura si tocca la linea sottile che sta tra infanzia e adolescenza. Come in molti hanno notato, dalla critica ai fan nelle tagboard di discussione o nei forum, il “ragazzino della porta accanto” di Trauma ricorda molto, volutamente e sardonicamente, una baby star Principessa nel castelloDisney dell’epoca: è del 1990 infatti Home alone (Mamma, ho perso l'aereo) con Macaulay Culkin, destinato a diventare nella vita un caso esemplare per il tema della discesa negli inferi dell’enfant prodige (tra i 10 e i 18 anni sperimenta fama e successo diventando il ragazzino più pagato d’America, le lotte tra i genitori per il patrimonio guadagnato, il matrimonio fallito con la bambina prodigio di Sentieri, la fine della carriera, alcool e droga) da ossessionare Harmony Korine, che non a caso lo fotograferà per il suo libro The Bad Son e lo utilizzerà nel video realizzato per i Sonic Youth Sunday ritraendolo, ormai adolescente, in un’eterna e malinconica indecisione di genere.  Adolescenti e bambini in Dario Argento raccolgono spesso il testimone di osservatori ambigui, capaci di vedere perché sospesi naturalmente in una zona franca in cui sogno e reale non entrano in contraddizione, personificando il clichè letterario (e negli ultimi tempi perfino inflazionato nella cinematografia) del bambino angelico/diabolico, sviluppando un pensiero che si rifiuta di essere instradato nei binari della logica e proprio per questo vincente – da cui anche le figure adulte, ma chiaroveggenti: sempre così presenti nel cinema di Argento, che come nota Jean Baptiste Thoret: si servono di altri mezzi oltre ai cinque sensi «doti paranormali (rapporti telepatici tra Jennifer Connelly e gli insetti in Phenomena, poteri di medium di Macha Meril in Profondo Rosso, doti di veggente di Piper Laurie in Trauma» (Positif, gennaio 2001). In Trauma troviamo anche tutti i temi che conducono, in un lunghissimo piano sequenza, dal tardo Medioevo (il digiuno forzato, e assai poco metaforicamente erotico, delle mistiche) all’immaginario vittoriano (il silenzio delle madri nell’educazione delle figlie, concepite come cuccioli di perenne purezza da addestrare all’indifferenza, se non al disprezzo, verso tutto ciò che poteva renderle sessuate) fino agli anni ’90 e al dilagare di una sottocultura principalmente giovanile, e allargata anche ai ragazzi, che tenta confusamente di tenere insieme i simboli privilegiati di un mondo fantastico – l’aspirazione a scomparire in una invisibilità potente (che si tratti della figura del Vampiro, di un Dio capo boy-scout o di un avatar transhumanista, non fa differenza) con un Essi vivonocrescente disagio verso la propria corporeità: da cui il dilagare di mali come l’anoressia, non peculiarmente “moderni”, ma montati in un contesto fertile che li provoca per motivi del tutto moderni; con delicatezza, in alcune scene di Trauma, si mette in gioco un senso di inadeguatezza e di solitudine più generale, che attiene all’atteggiamento ipocrita di una società che genera insicurezze e solitudine sempre nuove, ma al tempo stesso finge di non vedere i freaks che ha creato e che circolano per le sue strade – vengono rinchiusi nelle cliniche psichiatriche, come in quella che è una gag di comica tristezza: il paziente che saluta con la mano l’assassina che lo ha risparmiato, o evidentemente nella scena in cui David cerca di farsi largo nel corridoio dell’istituto in cui Aura viene rispedita, che si potrebbe svolgere comodamente anche tra i cosiddetti “sani” (un esempio meraviglioso e lucido di questa condizione di “contagio della follia” che si cerca ad ogni costo di evitare è nella sequenza della metropolitana – qui in video – di Rabid di David Cronenberg). Tale presa di coscienza di una realtà ignorata si esprime nella figura di David, per esempio, che apre gli occhi di fronte a un fenomeno di cui era all’oscuro (era consapevole, invece, di un’altra autodistruzione, quella da eroinomane, e di un’emarginazione differente, ma uguale nella sua sostanza – la scena in cui viene umiliato dai passanti che lo additano dandogli del tossico) in particolare nella sequenza in cui torna a casa alla guida della sua macchina e non può fare a meno di osservare con tristezza i corpi di donne (una ragazzina accanto a una panchina, due prostitute) perlopiù esili e stanchi, che popolano la strada. Nella personalità di Aura agiscono certamente la relazione difficile con una madre che scopriremo profondamente disturbata, ed è inevitabile pensare alle tante altre eroine tratteggiate in questo senso dalla cinematografia precedente e successiva, ad esempio Carrie (la cui madre, nel film di De Palma, era sempre interpretata da una Piper Laurie invasata) o in tempi recentissimi la fragile assassina May nell’omonimo horror del 2002 di Lucky McKee, film che peraltro omaggia affettuosamente Argento in più punti, dalle citazioni dirette ai poster sulle pareti, facendo del protagonista maschile un filmaker che si dichiara appassionato dell’opera di Dario e di tutto ciò che è weird e scegliendo per la parte di May un’attrice, Angela Bettis, che richiama esteticamente l’Aura di Trauma, e che a sua volta ha intepretato una Carrie televisiva! 
 

 

Hansel e Gretel a Minneapolis vendono cara la pelle.

Tra i tanti rimandi tra Profondo Rosso e Trauma, di cui il secondo film, inizialmente chiamato L’Enigma di Aura, voleva essere una sorta di rielaborazione generazionale dopo vent’anni (seguendo l’analisi comparativa completa e dettagliatissima tra le due pellicole, disponibile qui) troviamo la psicosi di un personaggio femminile che non riesce a dimenticare i propri demoni: In Profondo Rosso, perdere la testa (origine dei labirinti mentali) è l’estrema ironia dei contenuti psicanalitici del film; in Trauma la decapitazione del personale medico è proprio l’unico modo in cui una madre privata della sua (testa) memoria può esigere vendetta. Sulle scene degli omicidi ha lavorato Tom Savini: «Il mio lavoro principale era di curare le decapitazioni. Il mio scopo, in questo campo, era di far dimenticare quella straordinaria de La maledizione. Non è una cosa facile. Un giorno (Dario, n.d.r.) mi ha addirittura detto “Se questa testa non rotola in modo abbastanza pulito, è la tua testa che rotolerà..” » (in Dario Argento, a cura di Gabrielle Lucantonio, Dino Audino, 2001). Altro motivo ricorrente in entrambi i film è una descrizione dello spazio dove architettura e geografia agiscono come una proiezione di tutti i percorsi mentali dell’eroe (Marcus Daly in Profondo Rosso vaga per una Torino deserta in una rappresentazione di estrema solitudine e oppressione, e in Trauma è presente come un’evoluzione di questa figura: è uno spazio malvagio e insieme incantato: la periferia americana con i suoi sobborghi, giardini, motel, farmacie (è la prima volta che Dario gira a Minneapolis) in cui David, da americano, sembra perfettamente inserito rispetto alla piccola rumena depositaria di una lunga tradizione di stregonerie e superstizioni, Ruby Rainma diventa ben presto uno straniero: è ispirato il momento in cui David cerca Aura, che crede morta, nell’acqua dolorosamente calma di un lago battuto dai riflessi della luna: sono scene come queste che donano a Trauma un suo particolare carattere poetico. David è in cerca della sua Ofelia preraffaellita, che giace nel dipinto di Millais in una bottega (nella stessa scena, si intravede anche la Salomé art nouveau di Aubrey Beardsley, un’altra con il vizio della decapitazione..). Se Aura è una specie di Alice nel paese delle meraviglie che deve ingurgitare una bacca rossa per ricordare, l’amore di David per Aura fa di lui una seconda Alice, lo conduce come in un incubo, guidato da un amuleto (il bracciale di lei), fino a chiuderlo con lei in una gabbia (i due si ritrovano chiusi in una “gabbia” come Hansel e Gretel al cospetto di Adriana Petrescu, madre folle e incantatrice che conserva il ricordo del suo Nicholas in una nursery stregata, che incombe pronta a uccidere, e che Aura cerca ancora inconsciamente come madre affettuosa, perfino quando di lei sarà rimasta soltanto la testa..

Titoli di coda.

La peculiarità di Trauma è che si tratta dunque di una storia d’amore vera e propria? Aura nel film viene contrapposta in senso positivo, con tutte le sue insicurezze, alla perfida conduttrice televisiva che è occasionalmente l’amante di David e che si fa complice della struttura medicale che opera sul disagio della ragazza esclusivamente con legacci e sedativi, manovre totalmente indifferenti alla sua persona; David è un principe azzurro sui generis, ma le immagini finali riconsegnano certamente questi due personaggi dal rapporto innocente alla protezione di un destino destinato a colmare tutte le difficoltà che hanno segnato la vita dei due. Aura in uno dei pochi attimi di serenità si ferma a sorridere a un musicista Titoli di coda - Traumadi strada, e se le riprese finali di Trauma dopo il classico «è tutto finito» inquadrano un abbraccio, una dichiarazione d’amore e la tranquilla periferia di quartiere, fermandosi su un gruppo di musicisti reggae che suona su un balcone – con effetto straniante, ma che sembra indirizzato verso l’idea di un lieto fine – ecco un brivido diverso: l’obiettivo si stringe sul corpo, magrissimo, e sul volto, di una ragazza dai capelli lunghi, infinitamente triste, che danza distrattamente al ritmo di una canzone che scompare, sostituita da Ruby Rain, mentre i colori assumono i toni di una vecchia fotografia. Anche senza informarci, e venire a scoprire che si tratta di Anna Ceroli, nata da una precedente relazione di Daria Nicolodi e alla cui esperienza di anoressia si è rifatto lo stesso Argento per Trauma, l’immagine della ragazza (scomparsa nel ’94 per un incidente in motorino) con i capelli al vento, già coperta dai titoli di coda, vestale innocente come la Connelly in Phenomena, ma dal volto tanto più distante e malinconico, è la il simbolo della persistenza del disagio, dissimulato ma doloroso, di cui questa è solo una delle possibili forme nella complessità dell'esperienza umana, e conferma definitivamente la natura intima di questa esperienza filmica. Ma c'è poi una differenza così grande?

 

 

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