SPECIALE "FATHER AND SON" – L'irrinunciabile infanzia

È sempre l'unità del nucleo (familiare), la completezza e la congruenza di una funzione affettiva ed esistenziale reciproca, che nel cinema di Hirokazu Kore-eda viene messa in gioco, spingendola sino alle estreme conseguenze, a volte ribaltandola nel suo esatto opposto?

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Lo scarto, il punto di svolta che nel cinema di Hirokazu Kore-eda è sempre rappresentato dalla scoperta di un nuovo mondo, dalla collocazione in una differente prospettiva delle coordinate tradizionali del reale, trova in Father and Son la sua connotazione più radicale e, allo stesso tempo, impercettibile. Il senso stesso dell'identità, che per il regista si traduce spesso nel rispecchiamento generazionale tra padri e figli, qui viene invertito nel tradimento della prossimità biologica da parte della prossimità esistenziale: siamo sul versante esattamente opposto della matrice possessiva ed estraniante del modello genitoriale raffigurato in Nobody Knows, dove la sparizione della madre faceva il paio con l'occultamento al mondo dell'esistenza dei figli.

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In Father and Son Hirokazu Kore-eda impone l'esserci del padre al figlio e viceversa come una matrice di riconoscimento esistenziale che si traduce in un possesso che, in partenza, esclude qualsiasi alternativa: la linea biologica del sangue si contrappone a quella affettiva dell'esistenza e, nel quadro offerto dal fatto di cronaca cui s'è ispirato, il regista sembra quasi trovare le coordinate per teorizzare e risolvere il conflitto di base del suo cinema. Che è pur sempre costruito sulla dislocazione della memoria sulla scia dell'esserci, sulla traccia della realtà che costringe i suoi personaggi a calzare il passo del mondo: i suoi film sono costruiti sull'urgenza residuale di un'eredità che porta il vissuto del passato nella continuità del presente. Già After Life era la definizione scenica di una traccia esistenziale cristallizzata nel prosieguo della vita oltre la vita, e giù di lì il suo cinema ha seguito la traccia di una disposizione del valore concreto dei vissuti più intimi nell'abbagliante sovraesposizione delle esistenze. Nobody Knows traduceva la ritenzione uterina di una madre nei confronti dei figli in una subitanea nascita degli stessi a un mondo che non conoscono e da cui non sono conosciuti: si trattava, per Kore-eda, di instaurare un regime di esperienza mancata in un vissuto di disappartenenza reciproca, una forma di azzeramento della continuità genitoriale nel futuro assegnato ai figli.

 

Del resto è sempre l'unità del nucleo (familiare), la completezza e la congruenza di una funzione affettiva ed esistenziale reciproca, che nel cinema di Hirokazu Kore-eda viene messa in gioco, spingendola sino alle estreme conseguenze, a volte ribaltandola nel suo esatto opposto: Father and Son gioca la carta del riconoscimento dei genitori nei figli, ma in genere ci si trova di fronte a fratture e iati che dicono di una continuità interrotta perché trascritta in una ricollocazione dei personaggi in differenti scenari di vita (o di morte…). Kore-eda costruisce la sua poetica sull'idea di un mondo che cerca la completezza e la congruità affettiva rispetto al proprio mondo interiore (Distance, Hana), i suoi personaggi elaborano un presente che appartiene in continuità al passato e produce l'immagine di un futuro in cui prolungarsi. Ed è per questo che l'infanzia campeggia come una sorta di emblema irrinunciabile nel suo cinema: perché definisce l'innocenza di un mandato esistenziale in cui si riflette la nudità della coscienza rispetto a ogni eredità e a ogni aspettativa.

 

 

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