SPECIALE "Il figlio" – "Il cinema è una questione morale": incontro con Jean-Pierre e Luc Dardenne

l'ultimo film dei Dardenne riparte dal grado zero della visione e rimette in gioco ogni nozione di cinema e di rappresentazione. Prendere o lasciare. Abbiamo incontrato i Dardenne a Roma, in occasione della presentazione de “Il figlio”

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Jean-Pierre_e_Luc_DardenneDopo il baccano degli ultimi tempi sulla nuova ondata del (falso) realismo inglese, l'ultimo film dei Dardenne riparte dal grado zero della visione e rimette in gioco ogni nozione di cinema e di rappresentazione. Prendere o lasciare. Abbiamo incontrato Jean-Pierre e Luc Dardenne a Roma, in occasione della presentazione de Il figlio, la loro ultima opera premiata a Cannes per la miglior interpretazione maschile.

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Noi di Sentieri Selvaggi amiamo molto il vostro cinema. Non è tanto una questione mentale, quanto corporale…

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Evidentemente fate un'ottima rivista di cinema (ridono cfr.). Quando ci mettiamo a lavorare su un film, non ci interessa infatti tanto inserirci all'interno del discorso intellettualistico del momento, ma provocare nello spettatore un'impressione, una sensazione, che vada al di là dell'entusiasmo teorico del momento. Vogliamo scuoterlo proprio a livello fisico, tentando di parlare al cuore, più che al cervello.


Ci vengono in mente tanti/troppi frammenti del vostro cinema da conservare gelosamente nella memoria. E a proposito di frammenti, non possiamo non pensare che in fondo il vostro cinema è tutta una questione di brevi schegge di realtà mai riunite sotto un profilo unitario…


E' vero. Ci affascina molto il concentrarci quasi esclusivamente su dettagli all'apparenza insignificanti, ma in realtà ben più significativi di quanto non si possa pensare ad una prima occhiata. Non siamo attratti tanto dal mostrare una certa cosa in modo diretto, quanto dall'arrivare ad una rappresentazione d'insieme che sia però preceduta da una bella somma molecolare di frammenti sparsi…


Sembra di sentir parlare Bresson, e perché no, in fondo anche Rossellini…


Grazie del complimento (ridono cfr.). Questi due autori rappresentano delle tappe imprescindibili per chiunque faccia cinema, dei punti fissi da seguire nel modo più rispettoso possibile. Diciamo che se Bresson giunge ad un'impossibilità quasi piena di raccontare ciò che c'è davanti alla macchina da presa, noi cerchiamo sempre di orientarci per una qualche soluzione, anche se è molto difficile trovarla. La nostra posizione filosofica di fronte al reale è abbastanza pessimista, su questo non c'è dubbio, eppure ci sforziamo di film in film di trovare una qualche soluzione a questa impasse.


Soluzione che però ci sembra partire sempre da una domanda base che verte proprio sulla decisione di accostarsi o meno al visibile tout court…


In effetti l'interrogativo che scandisce le nostre riprese si basa proprio sul senso da dare a ciò che si mostra in-campo e a ciò che invece viene occultato. Anzi, possiamo dire quasi che tutti i nostri film nascono da questa domanda. Ne Il figlio ad esempio abbiamo pensato di basare ogni sequenza e relativo raccordo sul protagonista Olivier e sul ragazzo che gli ha ucciso il figlio. In questo senso abbiamo deciso di limitare tantissimo l'eventuale ruolo ricoperto dalla ex moglie del protagonista. Così come abbiamo privilegiato un ritmo interno che si basasse quasi esclusivamente sul lavoro del legno, all'interno della falegnameria. Non è facile scartare cose che in un primo momento ci sembrano anche importanti, ma avvertiamo l'esigenza non rimandabile di fare una scelta, sia pur molto combattuta…


State parlando di tutti i buchi neri che lambiscono la scena della vostra opera e che producono quasi sempre la sospensione dell'avvenimento…


Il_figlio

Senza dubbio. E' troppo facile mostrare la fine di un dialogo, la conclusione di un rapporto, l'esito finale insomma di una sequenza con due corpi a confronto. Nella vita questo non accade, dunque non ce la sentiamo di incasellare un movimento estremamente libero, all'interno di griglie così programmatiche e in fondo fasulle. Certo è che la sospensione dell'accaduto, come dice lei, non si addice certo ad un cinema inteso in senso narrativo…


Infatti…


Infatti il nostro è un cinema che si prefigge sì l'obiettivo di raccontare qualcosa, ma che lo fa sempre a partire dalla negazione di qualcos'altro. Cerchiamo di spiegarci meglio. Se nel nostro film si percepisce l'imbarazzo di giungere ad un qualche giudizio su ciò che si mostra, è proprio perché cerchiamo in ogni momento di trasformare una certa anti-narratività fatta di atti e parole spezzate in un continuum invisibile (che spetta dunque allo spettatore svelare) di mancanze che certo non sono l'ideale per chi si aspetta dal cinema un flusso abbastanza continuo di senso, visibile e non…


Non ci sorprende più di tanto allora, che nel vostro film forma e contenuto siano praticamente un tutt'uno…


Crediamo che il discorso sul contenuto non possa prescindere dalla forma che si decide di dare a quest'ultimo. Se il contenuto racconta una vicenda, mentre la forma ne racconta un'altra, significa che non si hanno delle idee molto chiare su cosa significhi raccontare. Secondo noi forma e contenuto devono per forza di cose esprimersi attraverso un solo enunciato, racchiudibile quindi sia nel contenuto veicolato dall'opera, sia nella forma assunta da quest'ultimo. Se siamo riusciti a creare questa osmosi tra l'uno e l'altro, non possiamo che esserne fieri.


Certo è che queste vostre posizioni così precise fanno risaltare in modo ancora più convincente la moralità del vostro sguardo. Non vi facciamo mistero che spesso di fronte al vostro cinema, ci sentiamo quasi in imbarazzo per l'assoluta purezza che vi traspare…


Tutto sta nel modo in cui si avvicina l'occhio alla macchina da presa. Che il cinema sia una questione morale, lo sappiamo bene, ma non ci basta. Con il Figlio ad esempio abbiamo cercato di calarci all'interno della psicologia di un padre alle prese con un crocicchio della coscienza assolutamente tragico: cercare di perdonare l'uccisore del figlio. Non è facile dare una rappresentazione di questo, eppure sentivamo che cercando di carpire la psicologia dell'uomo e soprattutto cercando di lavorare sui suoi movimenti sempre ansiosi, ci si potesse avvicinare almeno un po' al suo tormento di uomo e di padre. Non ce la siamo sentita di prefiggerci una tesi iniziale da dimostrare poi nel corso del film, ma abbiamo semplicemente dato forma ad un sacrificio profondo di fronte al quale non c'è giudizio di sorta che regga. E' per questo che la nostra opera si basa proprio sul non-detto o sull'appena accennato.


Di fronte all'esplosione finale di Olivier, sembra quasi di trovarsi di fronte all'irruzione incontrollata di tutti gli umori nascosti dell'opera, ma anche di tutto il vostro cinema…


Le parole finali del protagonista rappresentano tutto ciò che nel corso della vicenda non era riuscito ad esprimere. Smarrimento, paura, sconforto. Ma non solo. Si tratta di un sentimento ancora più profondo che fatichiamo a definire in modo preciso, visto che ne riassume insieme tanti. Possiamo dire che la percezione del sentirsi parte di uno stesso mondo può talvolta agire da molla nel tentativo di perdonare, nella ricerca di un'intesa che vada al di là di ciò che si può esprimere a parole.


Non a caso il vostro è un film quasi muto, se non fosse per l'assordante rumore degli strumenti di lavoro…


La parola è insufficiente, l'immagine pure. Lo spazio intermedio che c'è tra l'intenzione e l'atto, tra la parola e l'azione è molto stimolante da un punto di vista filmico, ci obbliga a fare una scelta che alla fine diventa proprio il marchio di riconoscimento del nostro cinema. Con una eccezione però…


Sarebbe?


Quando il protagonista del film rivela al ragazzo di essere il padre dell'ucciso, succede qualcosa di molto interessante. La prospettiva si apre a nuove soluzioni sceniche, i due corpi iniziano a rincorrersi, la fine sembra essere dietro l'angolo. La parola in questo caso ha agito da chiara matrice di riconoscimento per un conflitto fino ad allora tutto interiore.


Jean-Pierre_e_Luc_Dardenne

Pensando ai vostri sublimi personaggi, ci viene in mente che non agitano mai alcuna bandiera politica, che lottano per la sopravvivenza e basta, ricordandosi però sempre di essere uomini. Questo dolente umanesimo di fondo sembra essere distante mille miglia dal cosiddetto realismo inglese tanto in voga oggi…


L'ideologia travestita da cinema non ci è mai piaciuta. In realtà quando in fase di sceneggiatura costruiamo la storia, non badiamo nemmeno un istante a fare un discorso di classe, un film politico, o peggio ancora un'opera contro qualcuno o qualcosa. Ci piace rispettare fino in fondo i nostri personaggi, non vogliamo trasformarli in insulse marionette a servizio di questa o quella posizione. D'altronde il nostro discorso filmico si basa proprio su una sorta di a-temporalità di fondo che ci permette di discutere di valori universali senza però cadere mai nell'attualizzazione a tutti i costi, o peggio ancora nell'interpretazione di un preciso fatto storico. Già non è facile accostarsi alla realtà, tentare di farlo a partire da preconcetti ideologici ci pare francamente inutile e poco onesto.


A questo punto allora non possiamo esimerci dal chiedervi che cos'è il cinema…


E' il lavoro che ci permette di restare uniti, è l'attività attraverso cui leggere il mondo restando sempre bambini…

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