SPECIALE “IL GRANDE E POTENTE OZ” – A Oz passando per Disney

Il mago di OzWalt Disney nasce un anno dopo l'uscita de “Il meraviglioso mondo di Oz” nelle librerie, una vicinanza che già contiene i crismi di quel lungo corteggiamento fra l'universo tematico del più grande magnate dell'animazione e il popolare romanzo di L. Frank Baum. A scorrere le principali trasposizioni della saga letteraria, infatti, notiamo come la Disney riesca sempre a risultare centrale nel destino delle pellicole.

L'inizio è naturalmente, il più celebre: Il mago di Oz, diretto da una serie di registi (con il solo Victor Fleming a raccoglierne la gloria), sotto l'egida del produttore Mervyn LeRoy della Mgm, arriva infatti nel 1939, dopo una serie di trasposizioni mute (cui sembra rendere omaggio il prologo in bianconero). Alle spalle, però, c'è soprattutto, l'exploit al botteghino di Biancaneve e i sette nani, che aveva mostrato la spendibilità dei racconti fantasy presso il grande pubblico, incentivando la Mgm a credere nel progetto. Il bello è notare la distanza che comunque LeRoy marca con il cartoon disneyano, perché se una strega è presente in entrambi i film, l'una (quella di Biancaneve) è scissa fra la bellezza davanti allo specchio e la vecchia ripugnante che consegna la mela alla protagonista; dall'altra parte abbiamo pure il dualismo strega buona/strega cattiva, ma l'iconografia è più classica. Il resto è l'archetipo di un racconto fantastico che respira degli umori calati nel reale dalla Depressione e dall'imminente Guerra Mondiale e che pure Biancaneve non riesce a evitare, attraverso la forma del cartoon gotico.

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Quello della cifra “oscura” è peraltro l'altro terreno di confronto fra le due realtà e diventa palese quando la Disney stessa prende in mano le redini della saga trasponendo i successivi romanzi di Baum: il risultato è Nel fantastico mondo di Oz, che nel 1985 segna l'unica incursione nella regia del lucasiano Walter Murch. Un film che è stato recuperato a posteriori, soprattutto in virtù della cifra oscura che la casa di Topolino istilla sorprendentemente attraverso le figure di principesse senza testa, compagni di viaggio con testa di zucca che anticipano il Nightmare Before Christmas burtoniano e un Re degli Gnomi che minaccia di divorare la piccola Dorothy (ovvero la futura “giovane strega” Fairuza Balk, perché sempre alle fattucchiere si torna, in fondo). Un bel rimpallo di influenze, va ammesso: come a dire che in fondo per parlare Nel fantastico mondo di Ozcon il Mago (e dunque con Oz stessa) devi confrontarti con la Strega (ovvero la parte oscura di quel regno così amabile e colorato). E anche che quegli anni Ottanta così ondivaghi per la Disney, costellati di flop, sono un'epoca di sperimentazioni dark, come ad avvertire il difficile passaggio di un'epoca, che avrebbe poi trovato nel rinascimento digitale della Pixar il suo giusto approdo.

Così, non stupisce che ne Il grande e potente Oz il processo di fusione tra i due immaginari diventi preminente, attraverso una vera e propria opera di “disneyficazione” della fiaba originaria: se la Strega dell'Ovest acquisisce infatti il suo caratteristico sembiante verdastro grazie alla mela avvelenata (Biancaneve docet), è proprio la dinamica dei personaggi a riverberare umori da lungometraggio animato disneyano attraverso l'interazione ironica fra il mago e i suoi insolenti comprimari. Lo stesso uso della Computer Grafica volge poi scientemente alla “cartoonizzazione” di quel Regno incantato che nell'immaginario popolare ha comunque i tratti stilizzati e “concreti” dell'opera originale Mgm. Che a officiare il tutto ci sia Sam Raimi è solo il tassello mancante, essendo il nostro un autentico alfiere della fusione linguistica fra live action e cartoon: ricordate quando si parlò di “cartonizzazione dell'horror” con la trilogia di Evil Dead? E lui, Raimi, con fare ingenuo spiegava che il suo unico intento era esprimere l'amore per l'arte e per il bello. Amore per l'artificio del cinema, insomma, e non a caso stavolta chiama in causa pure un autentico illusionista delle immagini come Georges Méliès. Il trono di Oz, insomma, gli competeva di diritto.