SPECIALE "IL GRANDE E POTENTE OZ". Il gioco è finito

E alla fine anche Sam Raimi è un regista bollito. Forse lo era da tempo e non ce ne eravamo accorti. La sua magia da imbonitore è un po' come quella del suo protagonista James Franco (tanti progetti diversi, tanti film disparati e un'identità sempre più smarrita), che mette in piedi un luna-park scalcinato che dava già i suoi preoccupanti segni di rottura da The Gift e poi con Drag Me to Hell aveva illuso che qualcosa era nuovamente ricambiato.

Il digitale mette ancora più a nudo l'inconsistenza di un set di cartone, con scopiazzature alla Tim Burton di Big Fish con le musiche di Danny Elfman che, se non fosse Raimi e Oz, si penserebbe che potrebbesi trattare di una parodia. Forse quello che Il grande e potente Oz poteva essere (e sarebbe stato molto più divertente) se ne avesse avuto piena consapevolezza. E invece il segno malefico dei fratelli Coen inquina anche il suo sguardo (del resto i due erano stati gli sceneggiatori del suo I criminali più pazzi del mondo), con le tre streghe che hanno tutto il make-up post anni '80 di Le streghe di Eastwick.

Raimi come Shyamalan costruisce mondi che non sembrano appartenergli, di cui probabilmente non gliene frega niente.Cappelli che volano, bianco e nero posticcio, tempeste artificiali. E in quello che può apparire fiammeggiante c'è solo puzza di bruciato, nella presunta gioielleria luccicante c'è solo bigiotteria. Mettere la parola fine a un certo tipo di cinema è l'unica difesa possibile.