SPECIALE "IL GRANDE E POTENTE OZ" – Origini nel Cinema

Il grande e potente OzHai il coraggio di andare oltre?”

Di che parli? Dimmi il finale!

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Tu. Tu sei il finale che stai cercando…”

Edgar Allan Poe ad Hall Baltimore in Twixt

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C’è un momento in questo grande e potente film – posto in quella abissale prima mezzora di bianco/nero delle percezioni – che configura meglio di qualunque complessa riflessione estetica il senso profondo dell’opera di Sam Raimi. Lo squattrinato mago da fiera è nella sua roulotte, sta parlando con un suo vecchio amore, forse la donna della vita, mentre gli confessa che presto sposerà un altro. Oz non prova nemmeno a fermarla, sa bene che non può essere un degno compagno di vita per lei…l’imbroglione di professione è voltato di spalle e nota che nel suo piccolo zootropio (siamo in una fantastica epoca di pre-cinema, dove le immagini in movimento sono ancora attrazioni da fiera, fatte di carta e ombre) c’è una figurina staccata. Prende il suo piccolo barattolo di colla dalla tasca, ne appone una goccia e delicatamente fa di nuovo aderire la figura alla materia, preserva l’illusione, rimette in moto il meccanismo, crea ancora movimento nelle ombre. L’unica cosa che gli rimane da fare per reagire allo stallo sentimentale è “aggiustare l’immagine” a mani nude e ricreare illusione. La magia è salva.

"Come ricreare la magia del cinema" è esattamente la quaestio etica che Sam Raimi mette al centro del suo film. Oggi, nel 2013, senza la minima pretesa che una sterile serigrafia artist(ica) del passato possa bastare. Perché l’imbroglione/regista e noi con lui sappiamo bene che la magia delle immagini in movimento (“a metà tra Houdini e Thomas Edison”), associata dai padri Méliès e Griffith a un’attrazione prima e a una narrazione poi, non è per niente morta negli occhi e nel cuore dello spettatore. Hollywood ragiona da sempre sul proprio passato in proiezione futura, e non è un caso che cineasti come Coppola e Scorsese, Gilliam e Spielberg, Cameron e Snyder, Raimi e i fratelli Wachowski, stiano operando riflessioni filosoficamente simili nell’ultimo decennio.

War Horse“Che cosa è il cinema?”, pertanto, è la domanda baziniana che non smette di creare nuovi orizzonti di significanza. Perché è il cinema, mutato nell’irreversibile informatizzazione dei processi, che ha l’onere della prova di (di)mostrasi vivo nella fluida indistinzione ontologica tra materia e suo riflesso. In quella progressiva perdita di traccia referenziale nell’immagine, la pellicola, smaterializzata in un codice binario digitale che è massima immaterialità. Ma c’è qualcosa che sfugge ed è sempre sfuggito ai discorsi sull’ontologia: quella fitta rete di esperienze emotive e identità culturali create ben prima l’ingresso nella Rete. Oz lo sa. E lo sa anche James Cameron che non ha paura di trasmigrare il corpo (del film) in un avatar digitale creando rinnovate prospettive nel giardino di Pandora, proprio perché intimamente consapevole che lo sguardo tra esseri – I see you – resta l’unica vera traccia umana. Come gli occhi di Baby Doll nel Sucker Punch di Zack Snyder che si aprono e si chiudono proliferando squarci di narrazioni nella nuova indistinzione spaziotemporale di universi digitalizzati. È sempre Steven Spielberg che concepisce il cinema al suo stato primo, in quel cavallo da guerra che riecheggia il quadrupede di Eadweard Muybridge mosso nei tramonti di John Ford, ossia la cronofotografia del Movimento associata ad una Frontiera dell’anima che non vuole e non sa morire. Mentre Scorsese musealizza e storicizza, evocando il film dalla distanza accademica del suo automa Hugo, Gilliam tenta ancora di oltrepassare lo specchio del mago-maledetto Parnassus per giocare con le nostre infinite storie(e)identità. Del resto “cos’è l’oceano se non un’infinità di gocce?” come configura magnificamente il Cloud Atlas dei Wachowski? Il cinema non può che rifugiarsi tra le braccia di Edgar Allan Poe nel Twixt di Coppola, mentre trascina il suo protagonista disperato sulle soglie del dirupo per guardare riflessa nell’acqua l’ultima immagine possibile. L’unica verità ancora intatta: “il finale che cerchi sei tu!”.

TwixtEcco: Sam Raimi si inserisce perfettamente in questo (in)consapevole ragionamento odierno sulle origini nel cinema. Un ragionamento che è ben lungi dall’essere difesa corporativa, ma che tende ad abbracciare nuovi orizzonti percettivi, sporcarsi le mani, “sintetizzare” digitalmente Miti e Tempi, rimanendo ben consapevoli che il Cinema è sempre stato oltre se stesso e dentro se stessi. Perché condannato dalle “origini” a restare in bilico sul dirupo delle identità di Edgar Allan Poe, nel divenire sfrenato di un war horse che rivendichi la sublime inutilità del suo movimento. Insomma, il cinema vive perché sa ancora riprodurre la “magia” di uno sguardo e di una mano che al momento giusto afferri quel piccolo barattolo di colla…