SPECIALE "IL GRANDE GATSBY" – Green Light

“Se non ci fosse la nebbia potremmo vedere la luce verde”

 

speciale il grande gatsby - green light«Gli occhi del dottor T.J. Eckleburg sono azzurri e giganteschi: hanno una retina larga quasi un metro. Non guardano da un volto ma da un paio di enormi occhiali gialli, appoggiati su un naso inesistente. Qualche strambo oculista buontempone deve averli senza dubbio messi lì per aumentare la sua clientela nel sobborgo di Queens e poi è sprofondato nella cecità eterna o se ne è andato, dimenticandoli.


Ma quegli occhi, un po’ sbiaditi da molti giorni trascorsi sotto il sole e la pioggia, senza una mano di vernice, continuavano a meditare sul solenne terreno pieno di rifiuti» (Francis Scott Fitzgerald – Il grande Gatsby).

 

Gli occhi descritti da Fitzgerald in quella che viene chiamata la “Valle delle Ceneri”, tra West Egg e la città di New York, campeggiano nella versione luhrmanniana come una divinità immobile e imperscrutabile, intenta a osservare senza affanno il compimento del destino dei personaggi, il remare di quelle “barche contro corrente, risospinte senza posa nel passato”.

 

speciale il grande gatsby green lightQuello sguardo assente, raddoppiato dalle lenti, diventa il simbolo di una pulsione scopica su cui Luhrmann insiste, non tanto nella maniera in cui già si era mosso il suo cinema, verso lo scintillio e l’iperrealismo sfrenato, che anzi sono qui mitigati da una messa in scena molto più controllata – a dimostrazione di un processo di maggiore nitore formale e classicismo già avviato con Australia –  quanto nello stabilire le relazioni tra i suoi protagonisti attraverso un desiderio esplicitato unicamente dall’atto della visione.

 

Gli occhiali del manifesto e la luce verde, che brilla al di là della baia, offrendosi allo sguardo desiderante di Gatsby, dettano il ritmo del film, ritornando a intervalli sempre più brevi, sigillando la sua ossessione per Daisy, per un passato da rivivere e forgiare in una nuova versione, bigger than life.

 

Il Gatsby di Luhrmann e Leonardo Di Caprio – autore e artefice del suo personaggio tanto quanto il cineasta australiano – è un regista, un produttore, the last tycoon, che tenta di abbracciare un’esistenza ormai sfuggita attraverso la grandeur della messa in scena, convinto, come ribadisce al fedele Nick, che il passato possa rivivere.
Il sogno di Gatsby è lo stesso del cinema, dell’immagine: cancellare il tempo, sopravvivergli. Tutte le sue azioni, i party sfarzosi, lo stesso tè con Daisy, sceneggiato e orchestrato meticolosamente, sono parte di un progetto registico che naufraga di fronte all’imprevedibilità della vita, all’incostanza e alla volubilità dell’essere umano.

 

speciale il grande gatsby - green lightLuhrmann mette in piedi una grande mise en abîme, fatta di giochi speculari tra personaggi allo stesso tempo attori e spettatori, come il Carraway ubriaco che vede se stesso passeggiare in strada; campi e controcampi dietro finestre, terrazze, corpi imbrigliati dagli sguardi in fuori campo verso un altrove irraggiungibile, lo stesso verso cui protende la mano Gatsby, il grande sognatore destinato a soccombere sotto il crollo dei Roaring Twenties.

Quella luhrmanniana è quindi una lettura che esplicita il potenziale cinematografico del romanzo, non colto dai precedenti adattamenti, soprattutto da quello di Clayton del ’74, che tentava di abbracciare invece la pagina scritta, ricalcandone fedelmente le descrizioni mortificando l’immagine, quasi vergognandosene. Il regista australiano domina invece il capolavoro di Fitzgerald esaltandone la visionarietà, la sua capacità prefigurativa, il suo essere pre-visione della letteratura dei decenni successivi, sempre più influenzata dalle arti e dai linguaggi visuali.
Con le parole che si materializzano sullo schermo, quasi fosse quello il posto a cui da sempre erano destinate…