SPECIALE – "IL TEMPO DELLE MELE" – Nostalgia canaglia

Il titolo forse può apparire depistante e rappresenta forse il segno di uno strappo, di una frattura con il passato. Il titolo forse può apparire fuorviante; è lo stesso infatti di una canzone che Al Bano e Romina cantarono al Festival di Sanremo del 1987. Invece stavolta si vuole in qualche modo recuperare una nostra memoria, cinematografica e personale insieme, mostrando come un film apparentemente spensierato, in realtà potentissimo melodramma adolescenziale, ha attraversato in forme differenti la vita di ognuno di noi.



Era all'incirca il 1° dicembre del 1981 quando Il tempo delle mele di Claude Pinoteau usciva nelle sale italiane. Sono passati 25 anni. Un tempo impercettibile ed enorme insieme. Il titolo originale, La boum, forse dava più l'idea dell'impatto che questa pellicola ha avuto. Come uno scoppio improvviso, un risveglio, un sogno accecante. Ed in effetti, più di un'analisi critica che oggi può apparire più fuorviante che inutile, è forse meglio soffermarsi sui residui che un film del genere ha lasciato su molti di noi, di differenti generazioni, dentro "Sentieri Selvaggi".

Innanzitutto, chi ha visto Notte prima degli esami di Brizzi può essere portato a rintracciare ne Il tempo delle mele come una specie di modello soprattutto nel potente istinto nel mettere in gioco direttamente le emozioni. Le feste, i genitori apprensivi e permissivi, l'abbigliamento che rappresenta uno dei segni essenziali di quel decennio, quei colori troppo pesanti e soprattutto la colonna sonora che con/vive dentro ogni inquadratura ritrasportando verso orizzonti vicini/lontani nel tempo. Lì c'era un motivo dominante, Reality di Richard Sanderson. Dal film di Pinoteau ritrasportato nelle nostre esistenze di adolescenti (all'epoca dodicenni) alle prese con le nostre iniziali pulsioni sentimentali/sessuali/passionali. Reality da Parigi viene trasportato in quelle feste romane da scuola media, dove nei balli lenti dominava il gioco del semaforo: il rosso era uno schiaffo in faccia, il giallo un bacio sulla guancia, il verde un bacio sulle labbra. Ci si divideva a coppie e uno della classe faceva il semaforo dicendo i colori. Quando in classe c'era una che ci piaceva, lo si convinceva a insistere a utilizzare i colori verde e giallo. Lo si ripagava poi dandogli generalmente quella figurina mancante per completare l'album dei Calciatori della Panini.

Ricordo che vidi quel film sei volte, assieme a uno dei miei più cari amici, Francesco (oggi affermato avvocato). Il cinema era Il Vascello a Monteverde. Ha chiuso ormai da oltre 20 anni. L'ultimo film proiettato è stato uno dei capolavori del cinema dei Vanzina, Vacanze di Natale del 1983. Lì c'era quel primo volto che ci ha fatto sognare, quello di Sophie Marceau, attrice che ha appena compiuto 40 anni e che si è continuata ad amare nei film di Zulawski, nell'intensa pellicola che ha diretto come regista in cui ha messo in gioco tutta se stessa (Parlami d'amore), in quella dichiarazione a Mel Gibson in Braveheart, una delle più belle scene d'amore dichiarato del cinema più recenti. Chissà Truffaut, il Truffaut sentimentale ma anche erotomane, quello che ricordava la camminata a carponi di Joan Bennett in La donna della spiaggia di Renoir, quello che citava i 13 corpetti diversi di Jennifer Jones in Stanotte sorgerà il sole di John Huston o i calzoncini di Hedy Lamarr in Venere peccatrice di Egar G. Ulmer, come avrà considerato Il tempo delle mele e Sophie Marceau all'epoca dell'uscita del film in Francia. Chissà soprattutto quale effetto gli avrebbe fatto 25 anni dopo. Ci manca Truffaut come ci manca l'atmosfera, la dimensione temporale di Il tempo delle mele.

Nel 1981 Sophie Marceau rappresentava il modello femminile per un dodicenne come me. Lei aveva tre anni più di me (l'attrice è nata infatti nel novembre del 1966) e a quell'età era già qualcosa di irraggiungibile. Eppure ad ogni festa ci si immaginava un contatto, un ballo, un bacio con lei. Il mio amico coetaneo, oggi l'avvocato Francesco, tappezzò la camera sua di foto di Sophie Marceau e di Ornella Muti (altro colpo di fulmine ai tempi di Il bisbetico domato dove si voleva essere un po' burberi come Celentano). Con l'attrice italiana fece addirittura un fotomontaggio dove al posto della testa del compagno della Muti, ci aveva messo la sua fototessera.


Il tempo delle mele non era solo un film, era quasi un modello. Una donna come quella di Vic (era questo il nome del personaggio di Sophie Marceau) che sembrava uscita da un racconto di Quenau e impazzava per le strade parigine con la sua guida spericolata e i suoi amori improbabili, l'amica del cuore e la sorella colpita dal fascino del padre della protagonista, quei continui cambi d'abito prima di andare alla festa (con la madre, una grande Brigitte Fossey, che cerca di consigliarla). E poi, lo scherzo col cartone delle patatine al buio del cinema, segno di come la sala (ancora Truffaut) può trasformarsi in un luogo dove tutto è lecito, tutto è permesso…


Il tempo delle mele è stato uno dei film più forti della mia adolescenza. L'ho rivisto per caso tre anni fa, quindi con una certa distanza, ed è anche un grandissimo film capace di rimettere in circolazione le forme di quel passato ed è uno dei manifesti più potenti degli anni Ottanta.


Sarà interessante vedere gli approcci diversi di questo film così apparentemente leggero e invece così epocale. Non si tratta di una rilettura critica, come si diceva, ma di vedere cosa ha lasciato. E forse in alcuni di "Sentieri Selvaggi" le sue tracce sono indelebili.