SPECIALE L'IPNOTISTA – Sentieri Selvaggi intervista lo sceneggiatore Paolo Vacirca

Non c'è solo Lasse Hallstrom dietro L'ipnotista. A scrivere lo script del suo esordio thriller, il regista di Chocolat e Le regole della casa del sidro, ha chiamato il giovane sceneggiatore svedese Paolo Vacirca. L'autore, dopo molta gavetta tra horror a basso budget e cortometraggi, si ritrova cosi di fronte a una grande occasione per la sua carriera e ci racconta la propria esperienza.

 

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Come è stato sceneggiare un libro dei Lars Kepler (pseudonimo dei coniugi Ahndoril), autori di fama internazionale ?

 

L’ipnotista è un gran libro con molte sottotrame differenti. Cercare di tenerlo dentro i 120 minuti cinematografici ha portato un sacco di lavoro. E quando parlo di lavoro, non mi riferisco solo alla scrittura ma piuttosto al processo precedente la stesura dello script. Come sceneggiatore, in questo tipo di progetti, devi tenere presente diversi interessi in opposizione tra loro. Prima di tutto vuoi scrivere un buon film, non è importante se tratto da un libro o da un’idea originale. Poi c’è la considerazione verso il lettore che non vuoi deludere. In più c’è anche la questione del tipo di film che il regista vuole realizzare. Mentre si tiene conto di tutto questo, arrivano i produttori con i loro input. Alcune volte sono buoni. Altre, invece, non cosi tanto, ma dopo sei nel bussiness da un po’ di tempo impari quando usarli o quando intraprendere battaglie creative. Comunque, in breve, la risposta alla domanda è: E’ stato veramente divertente!
 

Il genere horror/thriller svedese sta avendo un enorme successo internazionale (la trilogia Millennium e Lasciami entrare, per fare alcuni esempi), cosa pensi di questo boom?
 
Il mio lato artistico vorrebbe rispondere: E’ il risultato dell’anima Scandinava. L’oscurità del nord ha generato ottimi horror e thriller” ma ad essere onesti, credo che questa sia solo una ricostruzione fatta con il senno di poi, per spiegare tale successo.  Io, invece, penso che questo sia più il frutto di intelligenti iniziative imprenditoriali di produttori e compagnie. In un piccolo paese come la Svezia, si possono fare piccoli film destinati al pubblico locale o puoi realizzare grandi produzioni internazionali rivolte ad un pubblico più vasto. Negli ultimi anni ci si è orientati verso questa strada, con storie che vengono raccontate in modo più commerciale. Tutte storie con buone strutture e ben raccontate. In pratica la Svezia si sta orientando verso un approccio commerciale di intendere il mondo del cinema, un pò come fanno gli americani da 70 anni a questa parte. E' una buona cosa.
 
In Italia, forse superficialmente, consideriamo il cinema scandinavo come una sola scuola di cinema. Ci sbagliamo di grosso o è vero che non c'è molta differenza fra cinema svedese, norvegese, danese etc. ?
 
Veramente non esiste un mercato cinematografico scandinavo per il cosiddetto "film scandinavo”.  Quello che voglio dire è che, storicamente, i film norvegesi e danesi non hanno mai funzionato bene in Svezia come i film svedesi non hanno mai funzionato negli altri paesi scandinavi. Non so bene perché succede questo ma ho una teoria. Sebbene noi abbiamo una storia comune, siamo molto diversi tra di noi. Un film per attirare uno svedese e spingerlo ad andare a vederlo deve essere veramente attrattivo e il solo che parli dei sui vicini di casa non smuove troppo. Ma tornando alla tua domanda iniziale, io credo che se noi continuiamo a fare film commerciali, a raccontare buone storie, penso che queste possano attrarre tutti i cittadini scandinavi. Ma non perchè svedesi, ma perchè il film è buono. E perché il buon cinema ha elementi universali per tutti. La ragione perchè voi italiani vedete il cinema scandinavo come una sola entità, credo, dipenda dal fatto che solo i buoni film arrivano al mercato italiano e questi sembrano tutti avere elementi in comune. Se un italiano vivesse in Scandinavia probabilmente non penserebbe di vedere un film scandinavo ma piuttosto un film danese, un film svedese o un film norvegese.
 
Che rapporto hai avuto con un regista di fama internazionale come Lasse Hallstrom?
 
Lasse Hallström ama nei suoi film ritrarre le persone, i loro pensieri e le loro relazioni. Quando ho cominciato a lavorare con lui, discutendo sul modo di trattare il libro, ho realizzato che avrei dovuto dare la priorità alle relazioni e ai personaggi nella storia. Allo stesso tempo, però, io non volevo deludere i lettori. All’inizio pensavo di scrivere un puro film di genere. Un vero e proprio thriller. Ma Hallstrom era molto più interessato alla love story e al bambino rapito. Cosi, invece, di scrivere un thriller con una sfumatura drammatica, ho scritto un dramma con alcuni elementi thriller. Ora si può facilmente vedere e sentire la famosa "vena Lasse Hallstrom" nella storia. Se ti facessi leggere le prime stesure dello script, vedresti chiaramente come ci si è mossi tra i due generi. All’inizio la storia era piena di sangue e orrore,con una linea thriller molto forte. Non c’era, però, molta enfasi sulle relazioni umane. Nell’ultime stesure invece c’era più attenzione al dramma. La stesura definitiva è stato un buon compromesso tra i due generi.
 
Uno dei punti forti del film è il cast. Come giudichi il lavoro di Mikael Persbrandt ? Quando scrivevi il suo ruolo avevi già in mente lui?
 
Mikael Persbrandt è, indubbiamente, il più importante attore svedese in patria. Sapevo bene che avrebbe interpretato il suo ruolo alla perfezione. Mentre scrivevo le prime stesure della sceneggiatura, non sapevo però chi avrebbe interpretato il personaggio dell’ipnotista. Quando ho saputo che Persbrandt aveva accettato, ero felice ma allo stesso tempo non volevo essere influenzato per i dialoghi, sapendo che sarebbe stato Persbrandt a pronunciarli. Lui, in Svezia, di solito interpreta sempre lo stesso ruolo e gli scrittori tendono a scrivere il " Persbrandt-dialogo" appositamente per lui. Io non volevo assolutamente fare questo, cosi anche sapendo che l’avrebbe interpretato lui io ho scritto le parole di Erik Maria Mark non di Mikael Persbrandt.
 
Il film oscilla tra diversi generi.  Nel tuo lavoro di scrittura ti sei rifatto ad altri registi o pellicole particolari?
 
La mia ispirazione proviene da quello che ho intorno a me, non solo dai film. Comunque, se devo scegliere il lavoro di un regista che davvero mi ha ispirato per questo film, devo citare Alfred Hitchcock con il suo modo di non mostrare mai troppo e rompere “le regole” di un genere.
 
La tua carriera inizia come regista di cortometraggi. Hai intenzione in futuro di diventare un regista di lungometraggi?
 
In realtà la mia carriera è iniziata con un lungometraggio che ho realizzato quando ero molto giovane. Avevo solo venti anni quando ho girato The Secret, un horror a bassissimo budget che ho scritto, diretto e prodotto. Era una storia terribile ma è stata una fantastica scuola d’auto-appredimento per fare film. Per essere un buon sceneggiatore non è necessario saper dirigere ma io raccomando agli aspiranti sceneggiatori di frequentare i set cinematografici. Si impara tantissimo vedendo come una scena scritta prende vita, o come i dialoghi funzionano nella realtà. Dopo quell’horror low budget, ho fatto diversi corti. Molto del mio lavoro, però, è stato quello di sceneggiatore, di spin doctor/consulente. Ho fatto molti lavori dove ho riscritto i lavori di altri. Normalmente questo lavoro di ghost writing non viene accreditato. Per tornare alla tua domanda: Si, sto pianificando di dirigere un film. Ho appena finito la sceneggiatura di una commedia che si chiama The Confectioner (Il pasticciere) e spero di incominciare le riprese il prossimo anno.  Potrebbe essere un gran successo in Italia. Gli italiani mangiano i dolci, no?
 
 

 

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