SPECIALE – Nel regno del tutto gratis… – Internet origina dal meccanismo di consumo di informazioni o viceversa?

Ogni secondo di navigazione è "pagamento" in sé: quel che invece si potrebbe cominciare a ripensare è il nostro "nuovo" ruolo di consumatori. Potremmo vendere a prezzo un po' più caro la nostra privacy, le nostre informazioni, la nostra stessa essenza. Si approfondisce il dibattito sulla cultura a pagamento, tra lettori e redattori di Sentieri selvaggi

Un altro piccolo intervento per sostenere la causa di Stefano Locati, probabilmente il più efficace nel cogliere la palla al balzo ed imbastire una discussione intelligente. Ovviamente il problema costi-benefici non dovrebbe essere materia di discussione: ci si fa una botta di conti e si vede un po' che soluzioni provare. In sé, voglio mettere in chiaro una posizione, l'idea di un portale competente e tempestivo ad un euro al mese (o a cinque euro, per dire) non è male. Servono un'organizzazione sufficientemente snella ed una serie di promesse mantenute (tipo: essere competenti e tempestivi). Non serve nemmeno che ve ne venga a parlare, direi che è un ragionamento su cui una cosa come SS si basa da diverso tempo (la presenza di banner pubblicitari mi pare che stia già da sé a negare l'idea di una internet gratis).

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Quel che Stefano mette bene in evidenza è che il cambiamento del ruolo dell'informazione nel tessuto sociale odierno ha finito per associarsi ad un'idea della figura del consumatore come "consumatore di informazioni", un meccanismo basilare di interazione su cui si basa molto più del sistema di comunicazioni che fa capo ad internet e di cui internet è in più di un senso "prodotto". Difficile infatti dire quale sia causa e quale effetto in questa interazione: banalmente, internet origina dal meccanismo di consumo di informazioni o viceversa? In fin dei conti, Stefano cita McLuhan (e come potrebbe non farlo?), non è questo il problema. Il medium è inventato per assolvere ad una funzione specifica ma finisce per modificare il tessuto sociale: Marshall McLuhan se ne sarebbe venuto nei pantaloni a vedere quel che succede con internet. Il punto è questo: compro informazioni pagandole con informazioni. Esempio lapalissiano è il fatto che, essendo io un discreto appassionato di musica e cinema, ricevo newsletter da centinaia di addetti ai lavori (concerti, dischi nuovi, film in uscita, recensioni e quant'altro) con cui non ho mai avuto nulla a che fare. La "gratuità" di cui parliamo è in realtà il semplice passaggio di consegne dalla base monetaria ad un meccanismo di interscambio, un network (rasentiamo l'ovvietà più deprimente) a cui non ci si può sottrarre e che si muove in una dimensione assolutamente non-monetaria, o comunque più grande di quella monetaria. Non è più il singolo prodotto ad essere venduto, e non è più nemmeno un concetto forte (quel genere di meccanismi economici descritti, per dire, da Naomi Klein in No Logo). Siamo più sulla strada di una comunità rispetto alla quale si può essere IN o OUT (in un senso molto simile a quello "modaiolo" per cui essere IN significa celebrare una serie di rituali che definiscono uno status, senza collegare tale status ad una serie di benefici che potrebbe comportare) e che si appoggia ad internet nella misura in cui internet si appoggia ad essa. Né più né meno. Quest'idea non sottende alcun giudizio di valore: stupido sarebbe scadere nella dicotomia giusto-sbagliato tipica di chi non è cosciente (almeno un poco) dei propri tempi e che continua ad esempio a vedere nel peer to peer un "semplice" atto di pirateria od un ladrocinio mal congegnato ai danni degli artisti (ma allo stesso modo occorrerebbe ripensare la figura dell'appassionato di musica oggi che tutta la musica può essere ascoltata: fatto salvo che è impossibile tornare indietro, come si rapporta a tale appassionato il mercato discografico? Con una serie di protezioni del supporto fonografico che ne danneggiano la leggibilità  e possono essere cancellate con un pennarello indelebile… e sì che la rivoluzione digitale l'hanno voluta loro, abbassando lo standard qualitativo dell'ascolto: lo stesso meccanismo che oggi succede con il DVD, tra l'altro). Questa è semplicemente una cosa che sta succedendo, e sta succedendo su larga scala. A chi giova? E come si rapporta ad essa un Sentieri Selvaggi a pagamento?
Difficile a dirsi. Di sicuro l'idea di un CCP che arriva ogni mese a casa è piuttosto balzana, in questo meccanismo. Come Stefano ha eloquentemente espresso nel proprio post, ogni secondo di navigazione di ognuno è "pagamento" in sé: sarebbe idea così assurda che Telecom finanziasse ai Radiohead la registrazione di un disco? E che un cartello di portali ultravisitati foraggiasse Telecom allo scopo di abbassare le tariffe al consumatore e di aumentare il tempo medio di permanenza online pro-capite? E se un ragionamento così terra terra pare non attecchire, quanto sono radicati ormai i meccanismi di acquisizione dei profili personali di ogni utente collegato al web? La "violazione" della privacy, per intenderci, non è affatto una violazione in questo mondo. O quantomeno non è perseguita: mi si vengano a tirare fuori le leggi ma un quarto d'ora fa ho comunque scaricato tre mail che promuovono qualcosa, alla faccia di Internet è gratis e di tutto il resto. La privacy, il nostro privato, è la principale merce di scambio e forma di pagamento del consumatore di informazioni, un meccanismo di cui SS è attualmente al servizio, volontariamente o meno (ancora una volta, non sono giudizi di valore) e di cui tutto sommato POTREBBE non esserlo se fosse a pagamento, a patto di rinunciare alla mailing list e alla presenza di banner pubblicitari e probabilmente continuando in eterno a disquisire dei corpi e di tutta quell'altra roba senza menzionare il mondo nemmeno di striscio. Perché 1 questo è il sistema cultural-economico-sociale in cui volenti o nolenti stiamo vivendo, e 2 nessuno ha deciso a un dato istante di metterlo in piedi. Ne siamo schiavi, ma non più di quanto lo siamo della società dei consumi pura e semplice.
Quel che invece si potrebbe cominciare a ripensare è il nostro ruolo all'interno di tutto questo. Acquisire coscienza del nostro "nuovo" ruolo di consumatori, ad esempio, sarebbe un primo passo. Potremmo vendere a prezzo un po' più caro la nostra privacy, le nostre informazioni, la nostra stessa essenza. Potremmo renderci le cose un po' più facili e un po' più difficili, al contempo. Difficile dire dove si arriverà e quale sarà il nostro ruolo nel futuro di questo sistema, ma perché non partecipare attivamente alla sua pianificazione? Tutto il resto è allegro contorno: un euro al mese, i corpi, i sondaggi, i redattori malpagati, le bottiglie d'olio, uccidere il cinema eccetera.

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Francesco Farabegoli

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